Corollari al corollario


Posted: novembre 19th, 2010 | Author: | Filed under: ink | Tags: , , , , , , , | 21 Comments »


1. Giovani scrittrici e vecchi paradossi.

claudia-durastantiacciaio-silvia-avalloneDel romanzo di Silvia Avallone, “Acciaio”, avevo sentito parlare prima che scoppiasse il caso mediatico, o meglio quando il caso mediatico era ancora un bebè in fasce che muoveva i suoi primi incerti passi per il tortuoso mondo dei media: nell’edizione notturna del tg regionale, per la precisione. Silvia Avallone ha un anno più di me e, interrogata sulla trama del romanzo, si era messa a raccontare una di quelle storie che in me muovono più di una corda sensibile: periferie degradate, una fabbrica grande come un mostro, l’adolescenza torbida in un paese del centro Italia, l’amicizia, il sesso, la crisi economica e via così. Quel che è successo dopo è noto a tutti: il premio Campiello, la sera da Gad Lerner e tutto il resto. Finché come al solito abbiamo buttato tutto in rissa e ci siamo ritrovati a parlare di Bruno Vespa e dei seni dell’autrice, e il romanzo, boh, del romanzo non si sa quasi più niente, è scomparso.

Dell’esordio di un’altra giovanissima scrittrice, invece, e cioè di “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” di Claudia Durastanti, avevo saputo in un altro modo: da questo bell’articolo di Giorgio Fontana.

Ora, da circa un mese sto cercando di comprare questi due romanzi. Vuoi per il Campiello, vuoi per i bollori senili di Bruno Vespa, il libro della Avallone è diventato subito un best-seller, e come capita a tutti i best-seller (una roba che se la racconti in giro la gente di solito non ci crede) in libreria il romanzo è uscito di default con il 20% di sconto. Il libro della Durastanti, invece, non essendo un best-seller, è rimasto a prezzo pieno: alla Feltrinelli di piazza San Carlo non si è guadagnato nemmeno il bancone delle novità, ha vinto, diciamo così, la medaglia di bronzo: è rimasto sotto la lettera “D” della narrativa, ma girato di faccia invece che di taglio. Il libro della Avallone, come ogni best-seller, è uscito in edizione cartonata, e quindi costosissima, così costosa che, anche con il 20% di sconto, il prezzo restava troppo elevato per le mie tasche. Il libro della Durastanti, pur non essendo un best-seller, è stato messo sul mercato ad un prezzo di copertina a ben 17,50 €: sempre troppo, per me, che quando si parla di libri sono piuttosto parsimonioso. Così mi sono detto: aspetta: tra un paio di mesi usciranno le edizioni economiche, e il prezzo scenderà alla metà.

La cosa di cui non tenevo conto, facendo questo ragionamento, è il fatto che il mercato editoriale italiano è darwinista nella maniera più spietata. Cosa è successo quindi? È successo questo.

Dopo un boom grande come il Big Bang e durato all’incirca due mesi, il libro della Avallone ha cominciato a comparire di tanto in tanto sulle bancarelle dei libri usati, rigettato da quel mostro inumano che poco tempo prima l’aveva divorato. La prima settimana costava 12 €. La seconda 11. La terza 10. Mi sono detto: aspetto che arrivi a 8. Questa settimana il libro è arrivato a 8 e io l’ho comprato. All’uomo della bancarella che me l’ha venduto ho chiesto se aveva per caso anche il libro di Claudia Durastanti, e lui mi ha risposto che non lo conosceva. Allora sono tornato in Feltrinelli, ma l’ho fatto tanto per fare, giusto per convincermi di ciò che già sapevo: sono andato alla lettera “D”, dove “Un giorno verrò…” era stato degradato alla sorte di qualunque altro autore (alla sorte identica di un Andrea De Carlo e di un Josè-Saramago-prima-che-morisse), cioè era stato messo di taglio. Prezzo di copertina: 17,50 €. Risultato: ho comprato il libro della Avallone, che sospetto essere meno interessante, e non ho comprato quello della Durastanti.

Conclusione: nel mondo dell’editoria italiana i forti vincono e i deboli perdono, vince chi è nato per vincere e la storia la scrivono sempre, e irrimediabilmente, i vincitori.

2. Aveva ragione Piscitelli.

feltrinelliDopo una chiacchierata con un amico mi ero ripromesso di andare in libreria a comprare un po’ di narrativa italiana contemporanea. E visto che non c’è nessuna differenza tra un iper-mercato e un’iper-libreria (ma lo dico senza intenti polemici, giuro) prima di andare in Feltrinelli mi sono fatto una bella lista della spesa.

La lista ve la risparmio e vengo subito alle conclusioni: di tutti i libri che cercavo ce n’era solo uno, “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta. Gli altri, niente. Ho deciso che prima di tornare mi rifaccio la lista con un po’ più di senso critico. Vasta non l’ho comprato, e nel frattempo ci sono cascato di nuovo: sono uscito dalla libreria con il “Diario degli errori” di Ennio Flaiano.

Aveva ragione Piscitelli quando diceva che:

La verità è questa: la narrativa italiana ha un riscontro bassissimo. Al momento, il più basso degli ultimi anni. I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori. Qui stiamo parlando di numeri così bassi, che cinquecento copie vendute di un libro di una piccola casa editrice, sono un successo clamoroso, roba da brindare col prosecco (lo champagne costa troppo). Ci sono ottimi libri che vendono quaranta, cinquanta copie, e poi diventano remainders e poi, ancora, carta da macero.

3. Dare ragione a Baricco.

alessandro-bariccoQuesto può sembrare un titolo forte. Un po’ estremo, forse. Una cosa che fa venire i brividi e provoca svenimenti negli animi più sensibili. Il fatto è che qualche giorno fa, gironzolando per la Rete, ho riesumato una vecchia polemica tra Baricco e Ferroni-Citati di cui Berselli ha detto che “si è conclusa, almeno per ora, nel sangue”. La trovate cliccando qui.

Ora, non ho timore a dire che di Baricco non ho letto nulla. Perchè? Perché quando avrei potuto cominciare a leggerlo, a 16 anni, ero troppo impegnato a fare l’intellettuale e a leggere Dostoevskji, e poi, con il passare del tempo, le mie letture hanno preso altre direzioni. Questo è solo per specificare che non saprei dire se i romanzi di Baricco siano belli o brutti, davvero: non lo so. So che i programmi che faceva in tv, tipo “Il Circolo Pickwick”, mi annoiavano a morte. E so che della Scuola Holden (ma sarà anche che sono torinese) ho un’opinione non troppo positiva in maniera schifosamente pregiudiziale, forse perché vedo spesso questa frotta di gente che entra e che esce, con qualcuno ci parlo e raramente mi capita di sentirne dire cose che siano in linea con il mio stile.

Premesso tutto questo, e premesso anche che magari i  suoi romanzi fanno davvero schifo, in questa polemica io sto più dalla parte di Baricco che da quella di Ferroni e Citati. Anzi: leggere quello che ha scritto in quel lontano 2006 mi ha fatto quasi tenerezza. Ciò che non si può desumere dal pezzo uscito su “Repubblica” è come Citati ha chiuso la polemica. Lo sapete come ha chiuso la polemica? Parlando di pomodori. Giuro: in un articolo di elogio al pomodoro mediterraneo. Io dico, puoi essere anche l’ultimo stronzo della terra, ma trovare una riga di critica spietata ai tuoi libri in un articolo che parla di pomodori è davvero un’umiliazione estrema, di un sadismo nazista.

E poi, a parte l’inglesismo finale, Baricco per me ha completamente ragione almeno su una cosa, e cioè quando dice, rivolto con l’immaginazione ai due blasonati critici:

Non sarà per caso che la riflessione nel campo aperto del futuro vi impaurisce, e che preferite raccogliere consensi declinando da maestri mappe di un vecchio mondo che ormai conosciamo a memoria, rifiutandovi di prendere atto che altri mondi sono stati scoperti, e la gente già ci sta vivendo? Se quei mondi vi fanno ribrezzo, e la migrazione massiccia verso di loro vi scandalizza, non sarebbe esattamente vostro degnissimo compito il dirlo? Ma dirlo con l’intelligenza e la sapienza che la gente vi riconosce, non con quelle battutine, please.





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