Libia: chi dice (e fa) cosa (e perché)

22 March 2011

libiaCosa sta succedendo in Libia? Da quando l’operazione “Odissey Dawn” è cominciata le polemiche riguardo ai fini e alle modalità dell’intervento dei cosiddetti “volenterosi” si sono moltiplicate: come mai? La decisione di attuare una no-fly zone a tutela dei rivoltosi e delle popolazioni civili, che sembrava essere il più scontato dei gesti umanitari per impedire a Gheddafi di perpetrare una strage, si sta rivelando piena di ambiguità e punti deboli e sta facendo emergere rotture anche significative sulla scena internazionale. Di seguito un po’ di link che ho raccolto in rete per cercare di capire chi dice (e fa) cosa riguardo all’intervento militare in Libia e, quando possibile, anche perché.

Le polemiche sono cominciate quando

il segretario generale della lega araba, Amr Moussa, ha criticato [...] i bombardamenti della coalizione internazionale in Libia, ritenendo che “essi allontanano dall’obiettivo, che è quello di imporre una no fly zone [...] e che  la Lega Araba ha sostenuto l’adozione di tale misura “per difendere i civili e non per bombardarli” (via Repubblica, 20 marzo 2011).

Alla Lega Araba hanno risposto gli USA, nella persona di Barack Obama in visita a Rio de Janeiro:

“La risoluzione fatta propria dagli arabi e dal Consiglio di Sicurezza fa riferimento a ‘tutte le misure necessarie’ atte a proteggere i civili. Questo include ma va oltre la no fly zone” (via Repubblica, 20 marzo 2011)

e poi la Francia:

La Francia sta applicando “appieno e solo la risoluzione” approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla Libia. Lo ha precisato il ministero della Difesa francese, rispondendo alla critiche mosse oggi dalla Lega Araba (via Repubblica, 20 marzo 2011).

che sono, insieme al Regno Unito, i due paesi interventisti di maggior peso. L’Italia finora non ha fatto molto altro che assecondare un intervento che probabilmente non voleva, più che altro per non perdere terreno nei rapporti economici con la Libia di un (ipotetico) dopo-Gheddafi che per reale convinzione. La Germania invece, fin dall’inizio, ha deciso di non prendere parte alle operazioni.

A cosa si devono queste fratture interne all’Europa? Secondo Beda Romano soprattutto a questioni di politica interna: in Germania

il governo democristiano-liberale [...] sa che la popolazione tedesca è tendenzialmente pacifista. La Germania è orgogliosa delle molte missioni internazionali della Bundeswehr, ma vive con grande disagio la presenza dei soldati in Afghanistan

mentre per quanto riguarda la Francia

se il presidente Nicolas Sarkozy ha deciso di cavalcare l’intervento contro la Libia i motivi sono da ricondurre alle prossime elezioni presidenziali del 2012, e non solo a ragioni umanitarie. Da un lato il leader neogollista è stretto a destra dal Front National di Marine Le Pen che preoccupato dall’arrivo in massa di immigrati clandestini chiede una politica più interventista. Dall’altro Sarkozy deve fare i conti con la concorrenza nel suo campo di Dominique de Villepin, [che] interviene nel dibattito politico esortando la Francia, “il paese dei diritti dell’Uomo”, a “difendere i valori della Repubblica”, toccando in questo modo la sensibilità di una fetta consistente della popolazione francese.

Tornando in Italia, in questi giorni mi è capitato spesso di sentire analisti contrari all’intervento giustificare la loro posizione facendo riferimento alla peculiarità della situazione libica, dove le cose sarebbero molto diverse rispetto alla Tunisia o all’Egitto perché (ed è una delle opinioni sostenute con più forza) la rivolta anti-Gheddafi apparirebbe sostanzialmente una faccenda di politica interna legata ai rapporti di forza tra le varie tribù in cui si divide la popolazione del paese. Così infatti sembra pensarla l’ex agente della Cia Frank Anderson, intervistato da Maurizio Molinari su La Stampa del 9 marzo 2011, quando dice che le tribù sostengono la rivolta perché

dopo essere state per quarant’anni obbligate a ubbidire ai desideri del colonnello e della sua tribù, che è molto piccola, ora vedono la possibilità di rovesciare l’equilibrio di forze, prendendosi molte rivincite.

Qualcosa insomma di molto diverso dalla “lotta per la democrazia” di cui si è sentito parlare. La questione delle tribù è peraltro molto complessa: per capirci qualcosa di più si può ricorrere a questa infografica fornita da Linkiesta.

Nette sono state le astensioni della Cina e soprattutto della Russia, dove Putin ha usato parole pesanti parlando addirittura di una “crociata medievale”, finendo però per prendersi le bacchettate di Medvedev che, guarda caso, sarà anche il suo rivale alle prossime presidenziali. Visto inoltre che lo scacchiere mondiale non è composto soltanto dal consiglio di sicurezza dell’Onu, qui un articolo dal Fatto Quotidiano in cui si parla anche di Cipro, dell’Unione Africana, di Theran e di Chavez (quest’ultimo fermo sostenitore di Gheddafi, come, curiosamente, tutto il blocco ex-comunista: dalla Russia alla Cina a Cuba).

Accantonando per un attimo le posizioni dei pacifisti a tutti i costi (come ad esempio Gino Strada) a mio parere davvero troppo semplicistiche per essere all’altezza di una situazione tanto complessa, una ottima disamina degli errori che stanno alla base di questo intervento militare e delle gravi conseguenze che potrebbero derivarne è quella di Claudia Gazzini per Limes, in cui viene ventilata, tra l’altro, l’ipotesi abbastanza inquietante per cui

molti stati africani, storici alleati del raìs, hanno ribadito la loro fedeltà a Gheddafi. Tra questi spicca il Ciad, confinante con la Libia, il cui presidente Idriss Deby è rimasto al potere in parte grazie al sostegno finanziario del Colonnello. Si crede che nelle prime settimane del conflitto Deby abbia rifornito il governo di Tripoli di armi e uomini. [...] Se la no-fly zone non verrà estesa al confine meridionale la coalizione internazionale non potrà impedire l’arrivo di aiuti militari provenienti da Ciad, Mali, Niger e Algeria.

Peraltro il malcelato fastidio italiano per il protagonismo francese, che potrebbe imporre la Francia come primo partner commerciale della Libia post-Gheddafi, è esploso proprio ieri quando Frattini ha chiesto a gran forza che il comando delle operazioni passasse alla Nato, seguita a ruota da Norvegia, Belgio, Danimarca e Romania.

Insomma, il ritardo forse in parte colpevole dell’azione militare nei confronti di Gheddafi sembra essere stato il primo errore che ne ha partorito un secondo, quello cioè di una azione mal concertata, che sta mettendo tutti contro tutti e creando tensioni internazionali che potrebbero andare ben oltre e al di là dello scenario libico. I motivi di un tale ritardo, e a questo punto soprattutto di una tale disorganizzazione nel gestire un conflitto in un’area tanto delicata del mondo, restano peraltro piuttosto vaghi. E cosa succederebbe se, come pensa la Merkel, non sarà sufficiente l’imposizione della no-fly zone e l’attacco mirato a siti militari strategici e si renderà necessaria un’azione di terra? Un nuovo Afghanistan? E d’altro canto cosa si poteva fare se non intervenire per evitare che Gheddafi mettesse in pratica le sue minacce contro i ribelli?

Domande ovviamente molto complesse, ma in questa vicenda, personalmente, non ci ho visto chiaro fin dall’inizio e continuo a non vederci chiaro ora.