Hamburger e berretti da baseball: critica della critica


Posted: novembre 13th, 2010 | Author: | Filed under: ink | Tags: , , , , , , | 15 Comments »


hamburgerAlcuni giorni fa Enrico Piscitelli ha pubblicato su Alfabeta2 un interessante articolo sulla narrativa e l’editoria italiana contemporanea. Piscitelli, per chi non lo sapesse, cura la collana “Novevolt” per la casa editrice Zona, è per così dire interno al mestiere e ha uno sguardo piuttosto lucido su certi meccanismi editoriali che ai non addetti ai lavori appaiono il più delle volte misteriosi come le profezie dei Maya. Non mi sento quindi di aggiungere nulla a quanto diceva lui sui mali dell’editoria narrativa in Italia. Mi sento piuttosto di fare un conciso corollario al discorso, fornendo una delle tante possibili risposte alla domanda ancestrale: “cosa c’è che non va nel sistema letterario di questo paese?”.

Ricordo che una volta Vittorio Zucconi disse, nel suo spazio d’opinione su Radio Capital, che dagli Stati Uniti l’Italia non ha importato la cultura liberale, la mobilità sociale, il sano pragmatismo anglosassone, ma soltanto gli hamburger e i berretti da baseball. Il discorso, seppure espresso nello stile un po’ moralista e un po’ ancient regime della sinistra di Zucconi, era nella sua sostanza abbastanza interessante: alludeva cioè alla maniera del tutto singoalre con cui la colonizzazione americana ha raggiunto il nostro paese, così superficialmente filoamericano e così profondamente estraneo alle logiche di quella nazione venerata e mai realmente compresa. L’esempio vivente di questa contraddizione è proprio il nostro Presidente del Consiglio, miscela esplosiva di capitalismo liberista, commedia dell’arte e culti della personalità orientali.

Un’altra cosa che ricordo è un bel saggio dell’antropologo argentino Néstor Canclini, il quale, per parlare del suo concetto-chiave di “ibridazione”, ricordava il paradosso dell’America Latina, passata dalla civiltà rurale a quella postmoderna senza aver mai attraversato una vera e propria modernità. A me pare che in Italia, anche e forse soprattutto sul terreno culturale, sia successa più o meno la stessa cosa: che si sia passati cioè dalla grande tradizione moderna al nulla contemporaneo (alla falsa seconda repubblica, al berlusconismo, al post-post) senza che le logiche del postmoderno siano mai riuscite a penetrare realmente sotto la superficie dell’establishment culturale, con buona pace di Umberto Eco e di tutti quei pochi che hanno fatto la loro parte per facilitare questo (impossibile) processo. La dimostrazione di questa cosa si può avere semplicemente sfogliando l’agenda culturale della città in cui vi trovate: vi renderete conto che si passa dai convegni su Pascoli alle presentazioni dei libri di Moccia senza soluzione di continuità, con un salto cosmico da far girare la testa.

Commentavo all’articolo di Piscitelli che il fatto dell’iper-produzione libraria italiana non è un problema in sè: il problema è semmai che non esiste in questo paese un’apparato critico capace di fare delle differenze, selezionare alcuni testi, esprimersi con autorevolezza e pacatezza per sviluppare un dibattito forte e condiviso. Siamo di fronte al solito e pressoché insolubile problema della mentalità da web 2.0, dell’eccesso di de-gerarchizzazione e tutto quello che volete. Ma non solo. C’è anche uno specifico italiano, su questo punto, che assomiglia molto a uno di quei matrimoni incestuosi che si compiono nelle valli d’alta montagna e che, come quelli, produce gravi e prduranti anomalie genetiche.

Mi spiego. Ci vorrebbe una critica, parafrasando Venditti, e su questo siamo tutti più o meno d’accordo. Ma che cos’è realmente la critica letteraria in questo paese? Vi sarete accorti tutti, gironzolando per una Feltrinelli qualunque, che il settore “critica letteraria” negli ultimi cinque anni è andato via via sempre più assottigliandosi e infine è scomparso. Come mai? Per spiegare questo punto prendo un testo abbastanza emblematico, “Scritture a perdere” di Giulio Ferroni, pubblicato nel 2010 da Laterza. La prima parte del libro è una lamentatio in pieno stile classico sulla decadenza dei tempi e sull’oscenità del presente, fino al paradosso di due pagine (due pagine in un testo di critica letteraria) dedicate ai ragazzi che mettono i piedi sui sedili dei treni o che attraversano i binari invece di servirsi dell’apposito sottopassaggio. La seconda parte è più interessante perché entra nel vivo delle questioni letterarie. L’unica categoria che Ferroni usa per distinguere tra letteratura buona e mediocre, si capisce presto, è quella dello stile letterario: più lo stile è sperimentale, espressionistico, ricercato e polisemico, più un libro è buono. Vi faccio degli esempi: la scrittura di Giordano è “neutra e plastificata”; quella della Mazzantini è “neutra e grigia”; lo stile di Scarpa è “piuttosto neutro, senza nessuna accensione stilistica”; il grande male d’Italia è che “ormai la tv [...] elimina ogni dislivello o gerarchia, fa percepire che anche ciò che si ritiene ‘alto’ e scarale vale quanto lo scarto o l’immondizia”; e il problema, ovviamente, è veicolato dalla forma del romanzo, che è “l’emblema più consumabile della letteratura contemporanea”; molto meglio allora il racconto breve, che può scavare il senso dell’esperienza con “tensione linguistica ed espressiva”.

Ora, il fatto è che Ferroni non è un residuo di passato ostinatamente attaccato a quei valori dell’avanguardia moderna che, nel mondo contemporaneo, sono tramontati da più di cinquant’anni; Ferroni è l’emblema di un sistema culturale che è rimasto in blocco fermo ad una concezione della letteratura, della narrazione e dello stile letterario che sono (scusate il gioco di parole) pre-postmoderne. Si pensi per esempio che tutte le critiche mosse a “Il nome della rosa”, il primo consapevole romanzo postmoderno italiano, erano tutte di questo tipo: Eco ha uno stile grigio e piatto; Eco preferisce il pastiche alla parodia; Eco gioca con il lettore; Eco abdica alla coscienza critica che è il fiore all’occhiello della modernità; e via così.

Con le posizioni di Ferroni e di questo genere di critica (che in Italia è tutta la critica o quasi) si può essere legittimamente in accordo o in disaccordo. Ma non si può fare finta che siamo ancora ai tempi di Gadda e Pirandello, pena la totale incomprensione di ciò che di buono e vitale c’è nel panorama letterario italiano. Non ci si può insomma, scandalizzare perché ci sono libri che vendono, perché quella culturale è un’industria, perché le vetrine della Feltrinelli si pagano. Quello che voglio dire è: delle due l’una. O si accetta la realtà che il mercato, anche librario, esiste, con tutti gli annessi e connessi, che il sistema statunitense di produzione e commercializzazione della cultura si è diffuso in tutto l’Occidente, e quindi si comincia, chessò, a pagare gli autori per i loro libri, a considerare la scrittura come un mestiere degno di questo nome, a mettersi nell’ottica che un best seller può essere un gran bel romanzo; oppure si decide che a noi questa cosa proprio non ci piace, preferivamo i tempi della carboneria letteraria, i caffé fumosi, i libri stampati in ciclostile, gli intellettuali forti, il pensiero forte, lo stile letterario forte. Non mi pare che nessuna di queste due posizioni possa essere considerata pregiudizialmente errata in partenza: mi pare errato, e folle, ostinarsi a non fare i conti con la realtà, vivere nel mercato, grazie al mercato, e rifiutarne in toto e in maniera fondamentalmente acritica i suoi fondamenti, il suo orrorifico vuoto e i suoi vantaggi. E non dico, intendiamoci, che tutto questo andava capito nel 1964 quando Susan Sontag parlava del “camp”, ma almeno con Umberto Eco sì, almeno con le Postille al “Nome della rosa” sì, almeno oggi, nel 2010, santodio, sì.

Perché così facendo è evidente che ciò che si butta fuori dalla porta rientra dalla finestra, e grosso tre volte tanto. Così che si finisce nella logorante guerra degli opposti estremismi: i pazzi entusiasti, eroticamente innamorati dell’industria culturale, per cui l’unico criterio che separa un libro buono da un libro mediocre è il numero di copie che questo libro vende; e dall’altra coloro per cui vale il principio opposto. Passando peraltro attraverso tutta una serie di aberranti mutazioni genetiche, come le pagine culturali di “Repubblica” (le pagine culturali peggiori di questo paese, a mio modo di vedere) piene di sospiri ammirati per Thomas Mann e strabordanti di recensioni del tutto insulse sui premi Nobel, e solo sui premi Nobel, ma meglio se i premi Nobel sono pure africani, perseguitati da qualche regime autoritario e violento, e scrivono libri al contempo pallosissimi (eccoci nell’avanguardismo) e ammiccanti (eccoci nell’esaltazione del mercato).

Che futuro c’è, in questo modo, per una critica che si ostina a non voler fare i conti con il presente? E che futuro c’è per una letteratura che, lasciata a sè stessa, senza punti di riferimento e centri d’aggregazione, si ritrova in balia di una produzione completamente impazzita, che pubblica dieci volte quello che gli italiani, pessimi lettori, riescono ad assorbire? Il risultato è il parto osceno (tipo “Rosamary’s baby”) di orrende creature mutanti: il premio letterario è qualcosa di importante, serio, aulico, intellettuale; però cerchiamo di metterci al passo con i tempi, dai, non possiamo mica essere sempre così noiosi, diamogli un tocco di stile; per esempio: facciamolo presentare da Vespa; e Vespa arriva e commenta le tette della Avallone invece che il suo libro, e allora tutti giù a scandalizzarsi. Ma il problema non è Vespa, e tantomeno la Avallone: il problema è alla base.

Il problema è, per dire, che se mai nascesse un Dave Eggers italiano, così brillante e creativo, e al contempo così capace di accentrare intorno a sè una corrente, un movimento, di dare un senso al flusso disordinato delle nuove scritture, se nascesse un Dave Eggers italiano, dicevo, con ogni probabilità ci prenderemmo la briga di soffocarlo nella culla.





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