due racconti pubblicati su Inutile

ghost

Questi due racconti sono stati pubblicati sul numero 26 e sul sito di Inutile. Li posto anche qui, con un ringraziamento speciale ad Alessandro Romeo e Matteo Scandolin.

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IATTURA

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La carne di balena è nera, come un incubo, come un’allucinazione, come la morte.
L’ho mangiata la prima volta a Copenhagen e non ho più potuto farne a meno. A Copenhagen ero con la mia ragazza – giornate soleggiate, aria frizzante, profumo di oceano e steppe (c’era un mercato) – eppure niente ha resistito al potere macabro di quella visione: tutto è stato inghiottito, è scomparso nell’abisso.
Ho lasciato la mia ragazza. Dopo quella prima cena (un ristorante sul mare, ricordo il freddo) niente è più stato come prima: volevo solo quel sapore tra i denti, quel muscolo del colore della notte che si scioglieva tra le mie fauci.
Volevo la violenza, l’ingiustizia, il tremito.
Volevo che anche le mie carni assumessero quel colore – sfilarsi le vene dai polsi per svuotarle del loro sangue e riempirle di inchiostro. La notte facevo sogni strani: sognavo esplosioni, scontri tra convogli ferroviari, incidenti aerei. E ancora: esecuzioni capitali, suicidi di massa. Torture. Complessi giochi sessuali che portavano la morte insieme all’orgasmo.
Mi sono chiesto quanto fosse possibile discendere in profondità prima di arrivare a dissolversi: fino a che punto il piacere giustificasse l’omicidio: quanto tempo ci sarebbe voluto, ancora, perché le mie mani protese toccassero quella luce nera sul fondo del pozzo, quanto coraggio per farla davvero mia…
Poi tutto è finito, improvvisamente. Mi sono risvegliato in un ristorante (tra le tende di seta vedevo l’oceano), immortalato nell’atto di infilarmi un cardigan di lana.
Ero a Copenhagen, ero con la mia ragazza, ero io: niente era davvero successo.
Lei era di fronte a me, teneva infilzato nella forchetta un minuscolo pezzo di carne nera. Diceva: “Vuoi assaggiare?”
Diceva: “E’ carne di balena, vuoi assaggiare?”
“Allora”, ripeteva di fronte al mio mutismo attonito, “vuoi assaggiarla sì o no?”
“No”, ho risposto io alla fine, e lei, un po’ delusa: “Perché?”
Allora ho sorriso con fare saggio e ho finito di accomodarmi il colletto della camicia. Ho preso tempo lisciandomi le maniche e sistemando i polsini che spuntavano storti (disordinati, caotici, tremendi) dalla lana verde del cardigan.
“Tu non capisci”, ho detto quando finalmente mi sono sentito ordinato e preciso.
“Tu non capisci proprio”, ho detto, “quello è il colore della iattura…”
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PANICO!

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La notte, prima di addormentarmi, ho paura della morte: per infarto, asfissia, annegamento, aneurisma, enfisema; ho paura della morte violenta, dell’assassinio, della tortura, della rapina a mano armata; ho paura della morte accidentale (questa libreria potrebbe collassare sulla mia testa?) e della morte autoindotta – il suicido.
Per strada invece ho paura della gente. Cosa ci fa quell’ombra nascosta dietro il muro? Quel gruppo guarda verso di me? E se fossero naziskin? Terroristi islamici? Ebrei sefarditi?
Ci sono cose che non posso guardare – cose la cui presenza mina le fondamenta del mio essere. Cosa spinge il macellaio a fare il mestiere che fa? E se quel coltello fosse usato per altri fini?  Che sensazione si prova a sgozzare, privare delle zampe, scuoiare, squartare? Che suono fanno le ossa di un bovino contro la sega circolare?
Non posso guardare gli oggetti appuntiti, le fessure, le voragini, le lame, i mezzi di trasporto, le grandi costruzioni, gli oggetti pesanti, gli oggetti piccoli che possono essere ingoiati.
Non posso guardare in strada dal quarto piano di un condominio –  e se cadessi di sotto?
Se un oggetto mi scivolasse dalle mani e finisse in testa ad un ignaro passante?
Poi, all’improvviso, la tempesta si placa.
Guardo l’accendino che tengo tra le mani e penso che difficilmente potrebbe esplodere; afferro il coltello grosso in cucina e mi accorgo che non è poi così grosso – e comunque non taglia più da anni; che in fondo i casi di infarto sotto i cinquant’anni sono molto rari, direi improbabili…
Guardo il telegiornale delle otto e mi dico che no, in fondo non fa poi così  paura.




4 Responses to “due racconti pubblicati su Inutile”

  1. Rainbow7 scrive:

    Non ho paura della morte che considero un trasferimento delle mie facoltà in un’altra
    lunghezza d’onda. I racconti sono gradevoli è ricordano le fantastiche allucinazioni
    letterarie di Edgar Allan Poe e consiglierei all’autore il visionario racconto Berenice.

  2. gianluca didino scrive:

    “berenice” è uno dei racconti più incredibili, profondi, potenti e destabilizzanti di poe. l’ho letto la prima volta quattro o cinque anni fa e credo che sì, abbia lasciato un segno profondo.

    poe mi piace a tratti, mi piace più l’idea di base che la scrittura in sè, più lo scheletro narrativo che la concatenzione delle frasi, più i rami che le foglie.

    “berenice” però è un racconto pazzesco.

  3. Simone scrive:

    Mi piacciono. Preferisco più “Iattura” a “Panico!”: mi dà l’impressione di essere più ironico del secondo. In “Iattura” il personaggio si lascia convincere dalle proprie pre-occupazioni, e in qualche modo tenta di darne una giustificazione un po’ misticheggiante, “Tu non capisci proprio, quello è il colore della iattura.”
    Mi piacciono perchè sono incisivi, degni di un seguace di Carver. Ammetto una cosa: ho letto solo “Principianti”, la versione integrale, non quella tagliata e riabbozzata dall’editor, e mi sono affezionato subito a Carver e al suo modo di scrivere, al suo essere in qualche modo un essere indifeso e sempre sull’orlo della crisi isterica o della disperazione.
    Pertanto è vero, non me ne intendo un granchè di Carver, però questi racconti me lo ricordano, soprattutto nel loro essere autobiografici. Una cosa che di Carver mi ha colpito, e che a parte in David Foster Wallace, difficilmente ho trovato in altri autori, è quella di costruire i racconti in modo da sembrare confessioni autobiografiche. L’immedesimazione, l’identificazione con i personaggi, e l’immediata consapevolezza che qualcosa del genere sarebbe potuto benissimo accadere, e sarebbe potuto benissimo accadere perchè in qualche modo hai l’impressione che qualcosa del genere sia accaduto proprio a te, ebbene, l’identificazione è spontanea, istintiva, non si può fare a meno di pensare mentre si legge: “Cazzo, quello l’avrei potuto scrivere io!”. Forse ho un po’ scazzato, ma ecco, per farla breve, leggendo questi due racconti ho pensato: “Cazzo, quello l’avrei potuto scrivere io!”

  4. gianluca didino scrive:

    grazie, simone! la stora di questi racconti è semplice e curiosa: volevo pubblicare qualcosa su inutile, il limite di battute per uscire su pdf e cartaceo era di 1000, io VOLEVO uscire su pdf e cartaceo e ho scritto queste due cose qui, piuttosto diverse (molto più brevi, tanto per dirne una) di quello che scrivo di solito.
    su carver che dire? la nostra generazione non può evitare di farci i conti nemmeno volendo, e chi più chi meno, quasi tutti ad oggi siamo influenzati da carver e dai suoi seguaci (o presunti tali). io poi mi ci sono pure laureato alla triennale, su carver, e anche questo un po’ fa.

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