Corollari al corollario
Posted: novembre 19th, 2010 | Author: gianluca didino | Filed under: ink | Tags: alessandro baricco, claudia durastanti, enrico piscitelli, feltrinelli, giulio ferroni, narrativa italiana, piero citati, silvia avallone | 21 Comments »
1. Giovani scrittrici e vecchi paradossi.

Del romanzo di Silvia Avallone, “Acciaio”, avevo sentito parlare prima che scoppiasse il caso mediatico, o meglio quando il caso mediatico era ancora un bebè in fasce che muoveva i suoi primi incerti passi per il tortuoso mondo dei media: nell’edizione notturna del tg regionale, per la precisione. Silvia Avallone ha un anno più di me e, interrogata sulla trama del romanzo, si era messa a raccontare una di quelle storie che in me muovono più di una corda sensibile: periferie degradate, una fabbrica grande come un mostro, l’adolescenza torbida in un paese del centro Italia, l’amicizia, il sesso, la crisi economica e via così. Quel che è successo dopo è noto a tutti: il premio Campiello, la sera da Gad Lerner e tutto il resto. Finché come al solito abbiamo buttato tutto in rissa e ci siamo ritrovati a parlare di Bruno Vespa e dei seni dell’autrice, e il romanzo, boh, del romanzo non si sa quasi più niente, è scomparso.
Dell’esordio di un’altra giovanissima scrittrice, invece, e cioè di “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” di Claudia Durastanti, avevo saputo in un altro modo: da questo bell’articolo di Giorgio Fontana.
Ora, da circa un mese sto cercando di comprare questi due romanzi. Vuoi per il Campiello, vuoi per i bollori senili di Bruno Vespa, il libro della Avallone è diventato subito un best-seller, e come capita a tutti i best-seller (una roba che se la racconti in giro la gente di solito non ci crede) in libreria il romanzo è uscito di default con il 20% di sconto. Il libro della Durastanti, invece, non essendo un best-seller, è rimasto a prezzo pieno: alla Feltrinelli di piazza San Carlo non si è guadagnato nemmeno il bancone delle novità, ha vinto, diciamo così, la medaglia di bronzo: è rimasto sotto la lettera “D” della narrativa, ma girato di faccia invece che di taglio. Il libro della Avallone, come ogni best-seller, è uscito in edizione cartonata, e quindi costosissima, così costosa che, anche con il 20% di sconto, il prezzo restava troppo elevato per le mie tasche. Il libro della Durastanti, pur non essendo un best-seller, è stato messo sul mercato ad un prezzo di copertina a ben 17,50 €: sempre troppo, per me, che quando si parla di libri sono piuttosto parsimonioso. Così mi sono detto: aspetta: tra un paio di mesi usciranno le edizioni economiche, e il prezzo scenderà alla metà.
La cosa di cui non tenevo conto, facendo questo ragionamento, è il fatto che il mercato editoriale italiano è darwinista nella maniera più spietata. Cosa è successo quindi? È successo questo.
Dopo un boom grande come il Big Bang e durato all’incirca due mesi, il libro della Avallone ha cominciato a comparire di tanto in tanto sulle bancarelle dei libri usati, rigettato da quel mostro inumano che poco tempo prima l’aveva divorato. La prima settimana costava 12 €. La seconda 11. La terza 10. Mi sono detto: aspetto che arrivi a 8. Questa settimana il libro è arrivato a 8 e io l’ho comprato. All’uomo della bancarella che me l’ha venduto ho chiesto se aveva per caso anche il libro di Claudia Durastanti, e lui mi ha risposto che non lo conosceva. Allora sono tornato in Feltrinelli, ma l’ho fatto tanto per fare, giusto per convincermi di ciò che già sapevo: sono andato alla lettera “D”, dove “Un giorno verrò…” era stato degradato alla sorte di qualunque altro autore (alla sorte identica di un Andrea De Carlo e di un Josè-Saramago-prima-che-morisse), cioè era stato messo di taglio. Prezzo di copertina: 17,50 €. Risultato: ho comprato il libro della Avallone, che sospetto essere meno interessante, e non ho comprato quello della Durastanti.
Conclusione: nel mondo dell’editoria italiana i forti vincono e i deboli perdono, vince chi è nato per vincere e la storia la scrivono sempre, e irrimediabilmente, i vincitori.
2. Aveva ragione Piscitelli.
Dopo una chiacchierata con un amico mi ero ripromesso di andare in libreria a comprare un po’ di narrativa italiana contemporanea. E visto che non c’è nessuna differenza tra un iper-mercato e un’iper-libreria (ma lo dico senza intenti polemici, giuro) prima di andare in Feltrinelli mi sono fatto una bella lista della spesa.
La lista ve la risparmio e vengo subito alle conclusioni: di tutti i libri che cercavo ce n’era solo uno, “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta. Gli altri, niente. Ho deciso che prima di tornare mi rifaccio la lista con un po’ più di senso critico. Vasta non l’ho comprato, e nel frattempo ci sono cascato di nuovo: sono uscito dalla libreria con il “Diario degli errori” di Ennio Flaiano.
Aveva ragione Piscitelli quando diceva che:
La verità è questa: la narrativa italiana ha un riscontro bassissimo. Al momento, il più basso degli ultimi anni. I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori. Qui stiamo parlando di numeri così bassi, che cinquecento copie vendute di un libro di una piccola casa editrice, sono un successo clamoroso, roba da brindare col prosecco (lo champagne costa troppo). Ci sono ottimi libri che vendono quaranta, cinquanta copie, e poi diventano remainders e poi, ancora, carta da macero.
3. Dare ragione a Baricco.
Questo può sembrare un titolo forte. Un po’ estremo, forse. Una cosa che fa venire i brividi e provoca svenimenti negli animi più sensibili. Il fatto è che qualche giorno fa, gironzolando per la Rete, ho riesumato una vecchia polemica tra Baricco e Ferroni-Citati di cui Berselli ha detto che “si è conclusa, almeno per ora, nel sangue”. La trovate cliccando qui.
Ora, non ho timore a dire che di Baricco non ho letto nulla. Perchè? Perché quando avrei potuto cominciare a leggerlo, a 16 anni, ero troppo impegnato a fare l’intellettuale e a leggere Dostoevskji, e poi, con il passare del tempo, le mie letture hanno preso altre direzioni. Questo è solo per specificare che non saprei dire se i romanzi di Baricco siano belli o brutti, davvero: non lo so. So che i programmi che faceva in tv, tipo “Il Circolo Pickwick”, mi annoiavano a morte. E so che della Scuola Holden (ma sarà anche che sono torinese) ho un’opinione non troppo positiva in maniera schifosamente pregiudiziale, forse perché vedo spesso questa frotta di gente che entra e che esce, con qualcuno ci parlo e raramente mi capita di sentirne dire cose che siano in linea con il mio stile.
Premesso tutto questo, e premesso anche che magari i suoi romanzi fanno davvero schifo, in questa polemica io sto più dalla parte di Baricco che da quella di Ferroni e Citati. Anzi: leggere quello che ha scritto in quel lontano 2006 mi ha fatto quasi tenerezza. Ciò che non si può desumere dal pezzo uscito su “Repubblica” è come Citati ha chiuso la polemica. Lo sapete come ha chiuso la polemica? Parlando di pomodori. Giuro: in un articolo di elogio al pomodoro mediterraneo. Io dico, puoi essere anche l’ultimo stronzo della terra, ma trovare una riga di critica spietata ai tuoi libri in un articolo che parla di pomodori è davvero un’umiliazione estrema, di un sadismo nazista.
E poi, a parte l’inglesismo finale, Baricco per me ha completamente ragione almeno su una cosa, e cioè quando dice, rivolto con l’immaginazione ai due blasonati critici:
Non sarà per caso che la riflessione nel campo aperto del futuro vi impaurisce, e che preferite raccogliere consensi declinando da maestri mappe di un vecchio mondo che ormai conosciamo a memoria, rifiutandovi di prendere atto che altri mondi sono stati scoperti, e la gente già ci sta vivendo? Se quei mondi vi fanno ribrezzo, e la migrazione massiccia verso di loro vi scandalizza, non sarebbe esattamente vostro degnissimo compito il dirlo? Ma dirlo con l’intelligenza e la sapienza che la gente vi riconosce, non con quelle battutine, please.
Io di Baricco ho grandissima stima e rispetto. (E «Totem» alla tivù era un gran programma.)
Sui libri citati non dico nulla, ché non li ho letti.
MS
eh, non lo vedevo. “Totem”, dico. e comunque nel pezzo sono stato cattivello, perché è vero che “Il circolo Pickwick” mi faceva due palle così, ma è anche vero che mi ha fatto scoprire i racconti, bellissimi, di Hubert Selby Jr.
@Gianluca
E vabbè, ma ci sta che non piaccia, eh: è più che legittimo
MS
il fatto che le uscite di “esordienti” delle major abbiano quei prezzi lì, 15 euro se va bene, ma anche 18, se va male, è, sì, un altro fatto su cui riflettere.
come anche la scelta – delle major – di far pagare gli ePub il 20/30 percento in meno del cartaceo, è un altra cosa “sospetta”. perché mi trovo, su ibs per esempio, a dover pagare lo stesso prezzo per il cartaceo [spesso scontato in prevendita del 20/25] e per il digitale. a quel punto perché mai dovrei comprare un ePub allo stesso prezzo di un libro “vero”?
sembrerebbe più un contentino alla “modernità”, che un vero lancio degli eBook.
che le “grandi” si siano accorte che il libro digitale è più un rischio che un’opportunità – per loro, soprattutto?
[sì, Gianluca: sto cercando di metterti la pulce nell'orecchio, ché io non c'ho voglia di scrivere, in questi giorni : D ]
e-
infatti mettere un esordiente a 17 o 18 € secondo me è una cosa folle. completamente folle. voglio dire: ok che c’è questa smania di novità, che stiamo tutti aspettando il messia che ci salverà dai nostri tormenti e il libro che ci farà gridare al genio: ma spendere 18 € per un esordiente mi pare un rischio. io personalmente con la questione degli esordienti ho qualche problema. primo perché con questa mania dell’esordio non capisci mai se c’è davvero qualcosa di buono o se ti stanno vendendo l’idea della novità più che un bel libro. e secondo perché, per forza di cose, il tempo ha un ruolo abbastanza importante sulla scrittura: puoi non andare mai oltre l’esordio, per dire; e comunque va da sè che la tua scrittura, se cresci come persona e maturi come scrittore, si sarà certamente fatta più ricca e profonda al terzo o al quarto libro.
guarda, lo dico proprio brutalmente: ma a parte rari casi credo che i libri d’esordio non siano quasi mai degli “ottimi” libri: possono essere dei libri interessanti, buoni, riusciti, scritti da autori di cui pensi: “accidenti, se continua così questo diventa proprio bravo”. ma la condizione dell’esordio in sè, proprio per sua natura (insomma: fino a ieri facevi leggere i racconti alla tua ragazza, oggi sei in tutte le librerie; è ovvio che non avrai una consapevolezza estrema di quello che stai facendo), mi pare che presenti tante debolezze. e 18 € per un libro interessante secondo me è davvero troppo. meglio le antologie, allora (a proposito: ho comprato “Clandestina”, stamani).
fosse per me gli esordienti uscirebbero a 5 €, tipo Newton&Compton
molto interessante il discorso sugli ebook. in effetti parlando con persone che lavorano in grandi c.e. l’impressione che mi sono fatto è che tu abbia colto nel segno: lo considerano un rischio più che un’opportunità. e comunque non capiscono perché mai dovrebbero spendere dei soldi per digitalizzare roba che non ha, al momento, un vero mercato. e così stanno sostanzialmente fermi, nonostante rilascino interviste in cui, ogni due mesi, annunciano l’eplosione del fenomeno ebook per il prossimo Natale, la prossima Pasqua eccetera – cosa che, puntualmente, non capita. nel frattempo fanno mosse esplorative: mettono gli ebook reader in esposizone nelle librerie e digitalizzano roba a basso rischio (best seller di qualche anno fa, classici ecc.), vendendola però a prezzi che fanno ridere tanto sono simili al cartaceo. si investe poco (le potenzialità dei tag dell’XML applicate all’ebook, da quel che ne so, sono poco più che astrazioni, escluso forse per l’editoria professionale che ha qualche interesse in più) e si rischia poco, con il risultato che tutto mi pare, al momento, molto immobile.
bell’acquisto ; )
sui prezzi degli eBook:
- no, diciamocelo, non costa una cippa digitalizzare. tempo, sì, per chi ha cataloghi di 7.000 libri.
- e quindi sì, hanno paura. le major e anche gli agenti lettarari – dài un occhio a quanto dice Santachiara: http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/ebook_santachiara_agenti_letterari270710.html
- i contratti son tutti da riscrivere. posso avere i diritti di un libro, ma non aver inserito nessuna clausola sulle versioni digitali – perché, per esempio, 5 o 10 anni fa, non si faceva
- sì, è vero sugli eBook c’è l’iva al 20 percento – e non al 4. ma questo non credo c’entri troppo.
@ENPI
Giusto per cagarti il cazzo, se spendo tempo a digitalizzare un catalogo, io azienda spendo anche soldi. Quindi sì, costa, fare l’ebook del mio catalogo.
Però qusta era una precisazione che non mi impedisce di dire che son d’accordo con te, disgrazia.
Mi chiedo: ma grandi case editrici, andatevene affanculo e fatemi l’ebook solo degli ultimi libri no? Ma fatelo credendoci e assegnando dei prezzi col cervello, non col cazzo. Il resto dello sterminato catalogo, un po’ per volta. Noi aspettiamo, eh. Stiamo già aspettando troppo.
MS
Matteo, il tempo non è sempre denaro.
se butto tutto dentro un paio di pc [e/o mac, così sei puù contento : D ], col software giusto, il testo nel formato giusto, il 99 percento del lavoro lo fanno i pc – o mac che siano. in un mese ho gli tutti gli ePub del Mondo, da Omero a Scandolin – che, fra l’altro, esiste già, in ePub.
poi, mi puoi dire: ma per sapere qual è il software giusto, e il formato migliore di partenza, ci vogliono delle competenze. e la competenza ha un costo.
ok, ma è mai possibile che il gruppo Mondadori – il gruppo Rcs, o Mauri Spagnol – non abbia già formato o acquisito queste competenze? no, è impossibile…
[io, poi, vorrei in ePub - ora, subito, ieri - soprattutto i libri fuori catalogo]
e-
@enpi
Partiamo dal punto di partenza che: son d’accordo con te, eh. Anch’io vorrei gli ebook subito, e comunque a una velocità di comparsa sul mercato più veloce di adesso, e comunque anch’io penso che si caghino in mano.
Però: a farla a parole è semplice; farla davvero è diversa. Io rimango in attesa, mentre mi girano; però non incistiamoci su questo dettaglio: volevo solo dire che un costo ce l’avrà, tutto ‘sto gioco.
MS
sì, Matteo, ma un costo “insignificante”.
digitalizzare libri fuori catalogo, che non hanno più un cartaceo, darebbe solo utili. guadagno.
invece non lo si sta facendo.
baci,
e-
@MS: tieni, ti faccio un regalo: http://www.ilpost.it/2010/11/17/cose-di-apple-distrutte/.
Per rallegrarti la giornata
@Gianluca
Eeeee, conoscevo
MS
Stai leggendo il libro di Amitrano!! Com’è?
Notte
@MS: l’iPad mezzo bruciacchiato acquista quasi un suo senso
@Yukino: allora. sto leggendo la prima edizione del libro di Amirtano, che è credo di fine anni 90: l’ho trovata in una bancarella dell’usato a 2 € e così l’ho comprata. rispetto alla ristampa ha molte pagine in meno, in tutto è sulla settantina. com’è. divertente la prima parte, nel senso che è un’intervista con lei che fa abbastanza sorridere. la seconda ha spunti molto interessanti, almeno per ciò che interessa a me (la letteratura contemporanea dopo gli anni 80, il rapporto con la critica e il pubblico, la differenza tra citazione e omaggio, la pratica della scrittura in sè, i riferimenti culturali eccetera), parti interessanti in senso lato (come la parte sull’androginia e l’omosessualità negli shojo manga) e parti un po’ così, criticamente un po’ meno ponderate. ripeto che sto leggendo la prima edizione, ma se ti interessa Banana Yoshimoto o un certo tipo di narrativa (per interesse personale o per lavoro o per studio) io lo consiglierei.
Grazie per il consiglio! Finora non l’avevo mai acquistato perchè pensavo fosse uno dei soliti saggi sul fenomeno del momento (per l’epoca; ormai i libri della Yoshimoto stanno diventando un pò deludenti), per la serie scrittrice giapponese
(continua
)…dicevo, scrittrice giapponese = stile di scrittura da manga. Insomma, avevo la sensazione che si volesse dimostrare solo questa ipotesi. Prima o poi lo leggerò! Bye.
Ciao Gianluca,
complimenti per il blog, che leggo spesso e ne apprezzo parecchio il taglio molto curato ed elegante quanto basta per essere sempre pungente ma mai fuori luogo, aggressivo o arrogante – e sempre piacevole.
Il caso della Durasanti è molto interessante; è vero, il prezzo scoccia parecchio, ma la Marsilio non ha altra scelta: ha bisogno dei grandi colpi di mercato perlomeno annuali per sostenere tutto il resto del catalogo, composto in larga parte da libri di media o bassa redditività che, se non riempiono le casse, sostengono però la credibilità del marchio.
Puntare in questo modo su un esordiente, inoltre, moltiplica la redditività potenziale.
Dietro ad ogni libro c’è una casa editrice, un marchio, e tutto un catalogo che non è niente di meno che un portfolio di asset, che ci piaccia o meno, in cui rischio e redditività vanno calcolati. I gatekeeper, i custodi e i promotori della cultura sono poi altri, i critici e i lettori.
L’augurio al solito è che le case editrici non si scordino dei loro esordienti di valore e che li ripropongano in edizione economica senza però lasciarli soli, ma continuando a spingerli (tra l’altro in Marsilio c’è Cesare de Michelis, che non conosco bene, ma so per certo che di passione per i libri ne ha da vendere, ed è già molto). I casi di libri rivitalizzati non mancano, le persone con l’acume e le capacità di farlo sono rare e preziose.
In breve sulla letteratura giapponese: dopo i classici della letteratura giapponese del novecento (di cui sono innamorato!) ho dato più di una chance anche alla Yoshimoto, uscendone così: sono contento che abbia sfondato, che sia ricca, che sia libera di vivere come vuole con i suoi viaggi, i suoi animali e il suo bambino, perché mi è intimamente simpatica. I suoi libri però li toglierei da ogni classifica dei libri pregni di qualcosa. Alcuni piacevoli, altri privi sia di uno sviluppo decente, sia di quei dettagli tanto delicati e suadenti in cui ha trovato qualcosa di molto buono.
Consiglio però una scrittrice qua coetanea, che secondo me ha uno spessore davvero notevole: Yoko Ogawa, soprattutto con “Una perfetta stanza d’ospedale” e “The diving pool” (questo forse c’è solo in inglese).
@Lorenzo: ti ringrazio molto. e grazie anche per il commento, che solleva spunti di discussione molto interessanti.
più che scocciarmi (se non lo comprassi riuscirei in qualche modo a farmelo prestare o a trovarlo in qualche biblioteca) l’idea di fissare a 18 € il libro di un’esordiente mi lascia un po’ perplesso: mi dà l’idea che si ipotizzi una vita del libro molto breve. mi spiego: per i primi tre o quattro mesi il libro venderà molto, perché (giustamente) supportato da tutta la macchina commerciale. ma dopo? passata l’ondata di entusiasmo cosa succede? voglio dire che mi sembra una volontà di massimizzare i profitti nel primo periodo, dando per scontato che comunque tra un anno il libro X nessuno lo comprerà più.
infatti quello che mi disturba non è certo che dietro ogni libro (e non dimentichiamolo: dietro ogni bravo autore) c’è una casa editrice, un marchio eccetera: anzi, ad un certo livello il fattore economico mi pare un indicatore piuttosto significativo – e comunque, come già dicevo, si tratta di lavoro, tempo, fatica, quindi ben venga che ci siano dei soldi di mezzo. quello che mi disturba di più è che non penso che del romanzo della Durastanti uscirà un’edizione economica (magari poi mi sbaglio, eh): ti giochi tutto in un colpo, “all in” alla prima mano e chi sè visto sè visto.
quello che mi chiedo è: davvero l’unica strategia economicamente vincente è quella di un sistema che consuma rapidissimamente ogni suo prodotto? non sono certo il tipo a cui piacciono le riunioni crepuscolari di poeti d’avanguardia, intendiamoci. non ho nulla di pregiudiziale contro Stieg Larsson o Dan Brown. nè tantomeno con Marsilio, che negli utlimi anni ha pubblicato qualche libro davvero molto bello. mi sembra un sistema pericoloso, tutto qui, e forse non è nemmeno l’unico possibile.
brevemente riguardo alla letteratura giapponese: la Yoshimoto per me è una scoperta degli ultimi mesi, e finora ho letto solo tre libri, quindi ovviamente posso ricredermi. tendenzialmente i giapponesi a me piacciono a opposizioni binarie: Kawabata sì / Mishima no, Yoshimoto sì / Murakami no eccetera. ad ogni modo ciò che mi piace di lei è l’incredibile fluidità della voce, la maniera semplice, diretta e leggera con cui tratta i temi più improbabili (dall’incesto al suicidio all’alcolismo ecc.). primo. e secondo mi interessa per motivazioni diciamo “altre”, nel senso che mi pare un’ottima rappresentate di un certo movimento della letteratura che dal minimalismo americano passa per Kundera fino ad arrivare a certe narrazioni autobiografiche contemporanee – è una cosa a cui penso per la tesi di specializzazione e su cui può darsi che tornerò più diffusamente. detto questo la Yoshimoto spesso mi fa anche incazzare, e curiosamente per gli stessi motivi: perché ci sono pagine che è chiaro come il sole che non aveva voglia di scrivere, che ha scritto tanto per fare, e ci sono pezzi su pezzi in cui sarebbe bastato rileggere ciò che avevi scritto prima di mandarlo in stampa per renderti conto che quella scena carina, ma carina a metà, avrebbe potuto diventare una scena di potenza devastante.
comunque accetto di buon grado il consiglio, anzi, ti ringrazio: non conoscevo Yoko Ogawa, mi informerò al più presto.
Ciao,
alla fine hai letto Acciaio?
A proposito di Yoko Ogawa, io sto leggendo il libro sul prof di matematica…non so quale sia il titolo in italiano. Non conosco la Yoshimoto, non so, il fatto che fosse sempre presente sugli scaffali col marchi Feltrinelli mi ha fatto insospettire
“alla fine hai letto Acciaio?”
l’ho trovato terribile. mi dispiace dirlo perché sembra che voglia fare lo snob per via del successo che ha avuto, dei premi, di Vespa eccetera e invece non è così: sono partito con le migliori intenzioni ma non sono riuscito ad andare oltre, diciamo, pagina 70 o 80.
“non so quale sia il titolo in italiano”
cioè leggi in giapponese? complimenti!
“il fatto che fosse sempre presente sugli scaffali col marchi Feltrinelli mi ha fatto insospettire”
a me Feltrinelli piace, e lo dico da lettore, fosse anche solo perché è uno dei pochi editori che mi permette di comprare un libro quando non ho una lira da spendere in libri, il che capita quasi sempre…
Sospettavo che Acciaio non fosse un granché e sospetti sono legati al gran parlare che se ne sta facendo. Io sono molto diffidente in questo senso, per cui non mi sorprende che non ti sia piacuto.
Magari parlassi il giapponese! Prima devo imparare il francese, vediamo se mi decido; in realtà me l’hanno prestato…ti lascio il link del libro: http://www.lankelot.eu/letteratura/ogawa-yoko-la-formula-del-professore.html
Beh, la mia antipatia per Feltrinelli ha un motivo preciso, credo che pubblichino troppa spazzatura col chiaro intento di fare soldi a palate, ma hai ragione, hanno un sacco di tascabili e la cosa non mi dispiace.
Tornando alla carissima Yoko, nel suo libro sul prof si diletta a parlare, disquisire oserei dire, sui numeri primi, che son tanto affascinanti. Il libro è del 2003. Bah. Non so cosa ci sia nel libro di Giordano sui numeri primi, ma mi sto fissando, sarà che è mattino presto