Hamburger e berretti da baseball: critica della critica


Posted: novembre 13th, 2010 | Author: | Filed under: ink | Tags: , , , , , , | 15 Comments »


hamburgerAlcuni giorni fa Enrico Piscitelli ha pubblicato su Alfabeta2 un interessante articolo sulla narrativa e l’editoria italiana contemporanea. Piscitelli, per chi non lo sapesse, cura la collana “Novevolt” per la casa editrice Zona, è per così dire interno al mestiere e ha uno sguardo piuttosto lucido su certi meccanismi editoriali che ai non addetti ai lavori appaiono il più delle volte misteriosi come le profezie dei Maya. Non mi sento quindi di aggiungere nulla a quanto diceva lui sui mali dell’editoria narrativa in Italia. Mi sento piuttosto di fare un conciso corollario al discorso, fornendo una delle tante possibili risposte alla domanda ancestrale: “cosa c’è che non va nel sistema letterario di questo paese?”.

Ricordo che una volta Vittorio Zucconi disse, nel suo spazio d’opinione su Radio Capital, che dagli Stati Uniti l’Italia non ha importato la cultura liberale, la mobilità sociale, il sano pragmatismo anglosassone, ma soltanto gli hamburger e i berretti da baseball. Il discorso, seppure espresso nello stile un po’ moralista e un po’ ancient regime della sinistra di Zucconi, era nella sua sostanza abbastanza interessante: alludeva cioè alla maniera del tutto singoalre con cui la colonizzazione americana ha raggiunto il nostro paese, così superficialmente filoamericano e così profondamente estraneo alle logiche di quella nazione venerata e mai realmente compresa. L’esempio vivente di questa contraddizione è proprio il nostro Presidente del Consiglio, miscela esplosiva di capitalismo liberista, commedia dell’arte e culti della personalità orientali.

Un’altra cosa che ricordo è un bel saggio dell’antropologo argentino Néstor Canclini, il quale, per parlare del suo concetto-chiave di “ibridazione”, ricordava il paradosso dell’America Latina, passata dalla civiltà rurale a quella postmoderna senza aver mai attraversato una vera e propria modernità. A me pare che in Italia, anche e forse soprattutto sul terreno culturale, sia successa più o meno la stessa cosa: che si sia passati cioè dalla grande tradizione moderna al nulla contemporaneo (alla falsa seconda repubblica, al berlusconismo, al post-post) senza che le logiche del postmoderno siano mai riuscite a penetrare realmente sotto la superficie dell’establishment culturale, con buona pace di Umberto Eco e di tutti quei pochi che hanno fatto la loro parte per facilitare questo (impossibile) processo. La dimostrazione di questa cosa si può avere semplicemente sfogliando l’agenda culturale della città in cui vi trovate: vi renderete conto che si passa dai convegni su Pascoli alle presentazioni dei libri di Moccia senza soluzione di continuità, con un salto cosmico da far girare la testa.

Commentavo all’articolo di Piscitelli che il fatto dell’iper-produzione libraria italiana non è un problema in sè: il problema è semmai che non esiste in questo paese un’apparato critico capace di fare delle differenze, selezionare alcuni testi, esprimersi con autorevolezza e pacatezza per sviluppare un dibattito forte e condiviso. Siamo di fronte al solito e pressoché insolubile problema della mentalità da web 2.0, dell’eccesso di de-gerarchizzazione e tutto quello che volete. Ma non solo. C’è anche uno specifico italiano, su questo punto, che assomiglia molto a uno di quei matrimoni incestuosi che si compiono nelle valli d’alta montagna e che, come quelli, produce gravi e prduranti anomalie genetiche.

Mi spiego. Ci vorrebbe una critica, parafrasando Venditti, e su questo siamo tutti più o meno d’accordo. Ma che cos’è realmente la critica letteraria in questo paese? Vi sarete accorti tutti, gironzolando per una Feltrinelli qualunque, che il settore “critica letteraria” negli ultimi cinque anni è andato via via sempre più assottigliandosi e infine è scomparso. Come mai? Per spiegare questo punto prendo un testo abbastanza emblematico, “Scritture a perdere” di Giulio Ferroni, pubblicato nel 2010 da Laterza. La prima parte del libro è una lamentatio in pieno stile classico sulla decadenza dei tempi e sull’oscenità del presente, fino al paradosso di due pagine (due pagine in un testo di critica letteraria) dedicate ai ragazzi che mettono i piedi sui sedili dei treni o che attraversano i binari invece di servirsi dell’apposito sottopassaggio. La seconda parte è più interessante perché entra nel vivo delle questioni letterarie. L’unica categoria che Ferroni usa per distinguere tra letteratura buona e mediocre, si capisce presto, è quella dello stile letterario: più lo stile è sperimentale, espressionistico, ricercato e polisemico, più un libro è buono. Vi faccio degli esempi: la scrittura di Giordano è “neutra e plastificata”; quella della Mazzantini è “neutra e grigia”; lo stile di Scarpa è “piuttosto neutro, senza nessuna accensione stilistica”; il grande male d’Italia è che “ormai la tv [...] elimina ogni dislivello o gerarchia, fa percepire che anche ciò che si ritiene ‘alto’ e scarale vale quanto lo scarto o l’immondizia”; e il problema, ovviamente, è veicolato dalla forma del romanzo, che è “l’emblema più consumabile della letteratura contemporanea”; molto meglio allora il racconto breve, che può scavare il senso dell’esperienza con “tensione linguistica ed espressiva”.

Ora, il fatto è che Ferroni non è un residuo di passato ostinatamente attaccato a quei valori dell’avanguardia moderna che, nel mondo contemporaneo, sono tramontati da più di cinquant’anni; Ferroni è l’emblema di un sistema culturale che è rimasto in blocco fermo ad una concezione della letteratura, della narrazione e dello stile letterario che sono (scusate il gioco di parole) pre-postmoderne. Si pensi per esempio che tutte le critiche mosse a “Il nome della rosa”, il primo consapevole romanzo postmoderno italiano, erano tutte di questo tipo: Eco ha uno stile grigio e piatto; Eco preferisce il pastiche alla parodia; Eco gioca con il lettore; Eco abdica alla coscienza critica che è il fiore all’occhiello della modernità; e via così.

Con le posizioni di Ferroni e di questo genere di critica (che in Italia è tutta la critica o quasi) si può essere legittimamente in accordo o in disaccordo. Ma non si può fare finta che siamo ancora ai tempi di Gadda e Pirandello, pena la totale incomprensione di ciò che di buono e vitale c’è nel panorama letterario italiano. Non ci si può insomma, scandalizzare perché ci sono libri che vendono, perché quella culturale è un’industria, perché le vetrine della Feltrinelli si pagano. Quello che voglio dire è: delle due l’una. O si accetta la realtà che il mercato, anche librario, esiste, con tutti gli annessi e connessi, che il sistema statunitense di produzione e commercializzazione della cultura si è diffuso in tutto l’Occidente, e quindi si comincia, chessò, a pagare gli autori per i loro libri, a considerare la scrittura come un mestiere degno di questo nome, a mettersi nell’ottica che un best seller può essere un gran bel romanzo; oppure si decide che a noi questa cosa proprio non ci piace, preferivamo i tempi della carboneria letteraria, i caffé fumosi, i libri stampati in ciclostile, gli intellettuali forti, il pensiero forte, lo stile letterario forte. Non mi pare che nessuna di queste due posizioni possa essere considerata pregiudizialmente errata in partenza: mi pare errato, e folle, ostinarsi a non fare i conti con la realtà, vivere nel mercato, grazie al mercato, e rifiutarne in toto e in maniera fondamentalmente acritica i suoi fondamenti, il suo orrorifico vuoto e i suoi vantaggi. E non dico, intendiamoci, che tutto questo andava capito nel 1964 quando Susan Sontag parlava del “camp”, ma almeno con Umberto Eco sì, almeno con le Postille al “Nome della rosa” sì, almeno oggi, nel 2010, santodio, sì.

Perché così facendo è evidente che ciò che si butta fuori dalla porta rientra dalla finestra, e grosso tre volte tanto. Così che si finisce nella logorante guerra degli opposti estremismi: i pazzi entusiasti, eroticamente innamorati dell’industria culturale, per cui l’unico criterio che separa un libro buono da un libro mediocre è il numero di copie che questo libro vende; e dall’altra coloro per cui vale il principio opposto. Passando peraltro attraverso tutta una serie di aberranti mutazioni genetiche, come le pagine culturali di “Repubblica” (le pagine culturali peggiori di questo paese, a mio modo di vedere) piene di sospiri ammirati per Thomas Mann e strabordanti di recensioni del tutto insulse sui premi Nobel, e solo sui premi Nobel, ma meglio se i premi Nobel sono pure africani, perseguitati da qualche regime autoritario e violento, e scrivono libri al contempo pallosissimi (eccoci nell’avanguardismo) e ammiccanti (eccoci nell’esaltazione del mercato).

Che futuro c’è, in questo modo, per una critica che si ostina a non voler fare i conti con il presente? E che futuro c’è per una letteratura che, lasciata a sè stessa, senza punti di riferimento e centri d’aggregazione, si ritrova in balia di una produzione completamente impazzita, che pubblica dieci volte quello che gli italiani, pessimi lettori, riescono ad assorbire? Il risultato è il parto osceno (tipo “Rosamary’s baby”) di orrende creature mutanti: il premio letterario è qualcosa di importante, serio, aulico, intellettuale; però cerchiamo di metterci al passo con i tempi, dai, non possiamo mica essere sempre così noiosi, diamogli un tocco di stile; per esempio: facciamolo presentare da Vespa; e Vespa arriva e commenta le tette della Avallone invece che il suo libro, e allora tutti giù a scandalizzarsi. Ma il problema non è Vespa, e tantomeno la Avallone: il problema è alla base.

Il problema è, per dire, che se mai nascesse un Dave Eggers italiano, così brillante e creativo, e al contempo così capace di accentrare intorno a sè una corrente, un movimento, di dare un senso al flusso disordinato delle nuove scritture, se nascesse un Dave Eggers italiano, dicevo, con ogni probabilità ci prenderemmo la briga di soffocarlo nella culla.




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15 Comments on “Hamburger e berretti da baseball: critica della critica”

  1. 1 enpi said at 15:40 on novembre 13th, 2010:

    ottimo “corollario”, Gianluca.
    solo su questo punto, farei una considerazione:
    “Non ci si può insomma, scandalizzare perché ci sono libri che vendono, perché quella culturale è un’industria, perché le vetrine della Feltrinelli si pagano”.
    ebbene: non c’è alcuno scandalo. nessuno si scandalizza, ma se ne parla poco. è necessario, invece, rendersi conto che la narrativa italiana contemporanea non gode del favore dei librai e dei lettori. che, insomma, come si riducono i libri di critica, in libreria, si sono ridotti, e si ridurranno ancor di più, i libri di narrativa [mentre aumentano quelli pubblicati. si producono, in sostanza, libri "invisibili"].
    con effetti – anche – negativi: avremo meno autori validi, perché sarà sempre più difficile esordire [e qui, ecco comparire le case editrici a pagamento]; chi vorrà esordire, nelle piccole come nelle major, dovrà uniformarsi a un libro-prodotto, che ricalca i “successi” degli ultimi tot anni. libri commissionati, o autocommissionati.
    e meno libertà per chi scrive, equivale a meno libertà per chi legge.

    ciao,
    e-

  2. 2 matteoplatone said at 17:36 on novembre 13th, 2010:

    1) “L’esempio vivente di questa contraddizione è proprio il nostro Presidente del Consiglio, miscela esplosiva di capitalismo liberista, commedia dell’arte e culti della personalità orientali.”
    Culti orientali?

    2) Non credo che il nostro problema sia l’incapacità della critica di comprendere il postmodernismo (al limite, dall’esempio, è un problema di Ferroni, ma non di un Asor Rosa, si può replicare). Forse di una capacità di mediazione della critica, al limite, sempre se si crede a questa funzione.
    Ma allora è un’incapacità del pubblico di comprendere il post modernismo, nel senso che, diciamo l’italiano medio non mi pare dica “oh quant’è postmoderno l’ultimo Eco”. Forse è il postmodernismo -che forse era il caso di definire, visto che è uno di quei termini su cui è facile fare confusione- che in Italia è stato importato alla stregua dell’hamburger, ossia come una qualità secondaria di un aspetto che invece è parte integrante di una cultura altra. non è da escludere a priori, in sostanza, anche perché sennò non si capisce bene, a parte il Presidente del Consiglio, dove si manifesti la sindrome da hamburger.
    3) Ma invece di gridare al post modernismo, forse non sarebbe bene, all’interno della cultura europea, prendere maggiore confidenza con la linea carnevalesca-menippea, invece di azzerare tutto o dilatare a dismisura il presente?

  3. 3 gianluca didino said at 20:37 on novembre 13th, 2010:

    @enpi: probabilmente all’interno di un certo circuito di addetti ai lavori di vario genere hai ragione tu: nessuno si scandalizza, ma nessuno ne parla. però prova a parlare delle vetrine della Feltrinelli a una persona qualunque, mediamente interessata all’argomento, mediamente colta, che acquista e legge un buon numero di libri l’anno – il classico lettore di “Repubblica”, tanto perché ci piace sparare sulla croce rossa: vedrai se non si scandalizza…

    @matteoplatone: grazie del commento. vengo subito ai punti:

    1) vabbè, qualche assonanza tra le feste di villa La Certosa e gli harem, reali o immaginari, dei sultani io ce la vedo. e poi non è che la stima di Berlusconi investa esattamente, chessò, la Merkel o Zapatero, mi pare che con Putin e Gheddafi si trovi più a suo agio.

    2) definire il postmoderno è un’impresa che richiederebbe un libro in otto tomi, e non un post su un blog: quindi sì, è vero, bisognerebbe definire il termine perché sì, è vero, è una di quelle parole su cui si fa confusione: a grandi linee però credo che si capisca cosa intendo. sulle altre questioni forse mi sono spiegato male io (e se è così me ne scuso). io non credo esattamente che la critica non sia in grado di comprendere il postmoderno. credo però che il dibattito sul postmoderno (letterario, ovviamente: anche qui avrei dovuto specificare) abbia trovato in italia ben poco spazio rispetto ad altri contesti, o meglio che a casa nostra a quel termine sia associato un pregiudizio di qualche tipo, spesso negativo. e questa cosa deriva anche (forse: ho voluto buttare lì un’ipotesi) dal fatto che, come tante altre cose che vengono dagli USA, si sia importata più la forma che la sostanza.

    molto banalmente comunque mi premeva dire che c’è una sfasatura profonda, secondo me incontestabile, tra chi dovrebbe fare la critica letteraria (soprattutto nelle accademie: come già scrivevo qualche post fa mi ci sono voluti sette anni di università per sentire pronunciare il termine “postmoderno” nel nome di un corso d’esame) e la reale condizione della letteratura italiana, tra il sistema della produzione, della promozione e della distribuzione dei libri e chi dovrebbe, perché è il suo lavoro, cercare di tracciare delle linee guida. con l’effetto che questi ultimi non fanno niente, oppure lo fanno in modi francamente inessenziali, come raccontarci per l’ennesima volta di Thomas Mann (il che non è che vada male a priori, eh. ma su questo credo che siamo tutti d’accordo).

    3) sulla “linea carnevolasca-menippea” non so veramente niente, e quindi va da sè che analizzo le cose in base alle categorie che (più o meno) conosco. però la cosa mi incuriosice, e sarei ben felice di leggere una ricostruzione della storia culturale europea tracciata da questa prospettiva a me ignota.

  4. 4 matteoplatone said at 13:23 on novembre 14th, 2010:

    1) ah, quell’orientale! e come l’avevi messa mica si capiva :D Credo comunque che certi aspetti dipendano dall”uccisione’ del diritto divino con la decapitazione del Re durante la Rivoluzione Francese, che è stata “stolta virtù” ed ha prodotto una sorta di rimosso metastorico, per cui quel trono è rimasto vuoto, nella realtà politica del diritto, ma non è scomparsa l’inconscia volontà di mettervi qualcuno. Per cui c’è la tendenza a mettervi idoli che non sono mai all’altezza, cui si concede, col nostro consenso, il potere di essere dèi. naturalmente dèi grotteschi, deformi, carnevaleschi. La fase di decadenza, se confrontata con le fasi precedenti, è esemplare.
    2) sì, questo si era capito, ma te l’ho puntualizzato perché mi pareva che l’esempio dell’hamburger, molto efficace nella sua apparenza pop (un esempio postmoderno! :D ), si perde poi nel parallelismo con l’analisi concreta che fai dopo.
    3) ti posso essere utili:
    - P. Lago, L’ ombra corsara di Menippo : la linea culturale menippea, fra letteratura e cinema, da Pasolini a Arbasino e Fellini
    - M. Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica (solo il capitolo IV, in realtà).

  5. 5 Matteo Scandolin said at 14:01 on novembre 14th, 2010:

    Gian, a parte che domani è probabile che io faccia una scampagnata a Torino, a me piace tutto l’articolo, ma in particolare quando dici che non esiste apparato critico. Secondo me esiste, al di là dell’aberrazione ferroniana che porti (che non ho letto e che prendo in toto nella tua descrizione).

    L’altra sera ho speso 5 sms con un mio caro amico parlando di Harry Potter. Lui diceva, la Rowling deve aver scritto dei libri davvero belli! E io cercavo di fargli capire che sono scritti in maniera piacevole, accattivante e coinvolgente, e che è stata in grado di costruire un mondo particolare, e tenerlo in piedi per 7 libri, e svilupparlo, senza tenerlo fermo, ma che non sono *BEI* libri. Non è roba che chiudi e dici, “porcatroia”. (È roba che chiudi e piangi un po’, come succedeva a me, perché comunque mi commuovevano.) Ma allora, mi fa lui, se dici queste cose allora sono bei libri. Eh, non proprio.

    Ancora: come fai a fare una critica, intendo sia “il tuo pezzo così non funziona” che un discorso critico più ganzo e fondato, a persone che pubblicano con editori a pagamento, o peggio ancora, sui forum dove entro-e-pubblico-il-cazzo-che-voglio? Il minimo della pena è sentirsi dire “eh, ma chi sei tu per giudicare in questa maniera?” Noi di «inutile» non recensiamo libri di editori a pagamento, ormai, da un paio d’anni. “Eh, ma così magari non leggi un libro che magari è ancora carino e scritto bene”. E sticazzi, come fai a farglielo capire?

    Bascio.
    MS CheLadyGagaNonGliFaMicaSchifo

  6. 6 gianluca didino said at 11:48 on novembre 15th, 2010:

    @matteoplatone: grazie dei consigli. il discorso sulla decapitazione del re mi pare molto suggestivo.

    @MS: il fatto è che uno dei grandi effetti collaterali del postmoderno, e questo non solo in Italia ma ovunque, è stata la sindrome da Casa delle Liberta (ve lo ricordate lo sketch di Guzzanti?): “facciamo quel cazzo che ci pare”. il che vuol dire che va bene la caduta della distinzione tra letteratura alta e bassa, va bene che l’abbiamo smessa di fare gli spocchiosi e sappiamo mescolare con nonchalance Harry Potter a Jung, però delle differenze ci sono ed è importante che restino. voglio dire che non ho niente di pregiudiziale nei confronti di Melissa P., purché non la si faccia passare per l’erede di Simone de Bouvoir, di Anais Nin o di Sade. infatti al tuo amico che non capisce la differenza tra i “bei” libri della Rowling e i “bei” libri, chessò, di Foster Wallace, è difficile cercare di spiegare certi sottoli ma importanti confini. infatti il rischio gravissimo in cui si incorre quasi tutti i giorni è proprio quello che dici tu: “chi sei tu per giudicare in questa maniera?”. e l’effetto devastante di questa domanda è che ogni critica, anche quella più sensata e motivata, finisce per essere accantonata come lo sproloquio di un tizio palloso che pensa di essere migliore di te, anche quando questo non è affatto vero.

    sugli editori a pagamento condivido al 100% ciò che dici, quindi non ho niente da aggiungere.

  7. 7 Matteo Scandolin said at 12:14 on novembre 15th, 2010:

    Mo’, per far vedere che siamo una cricca d’intellettualini che ci conosciamo e ci amiamo e ci facciamo i pompini a vicenda, scrivo qui di fronte a tutti: Gian, ci vediamo dopo.
    MS

  8. 8 gianluca didino said at 12:17 on novembre 15th, 2010:

    soprattutto non mi è ben chiaro come tu faccia a scrivermi gli sms mentre mi commenti l’articolo al blog, visto che per quanto ne so dovresti essere su un treno. ma tu sei troppo multi-tasking per me e su certe cose è meglio non approfondire.

    a dopo!

  9. 9 Loris Righetto said at 10:11 on novembre 16th, 2010:

    Ciao Gianluca,
    tema molto interessante…

    in parte, mi sento di sposare le posizioni di Giulio Ferroni, quanto grigiore nella prosa italiana! Quanta standardizzazione! è come, a mio avviso, se la lingua italiana avesse perso profondondità e flessibilità, almeno rispetto al passato. A dire il vero non mi sento di dire che il panorama è tutto così, in effetti se penso alla prosa raffinata di Daniele Del Giudice, o alla voce-scrittura di Paolo Nori, o altri, mi viene da dire che in fondo la Mazzantini ed Eco, per quanto li rispetti, non ne ho poi così bisogno.

    Il problema è multisfaccettato: da una parte c’è una tendenza a subire supinamente i modelli americani, che noi leggiamo in traduzione (una lingua neutra, che non riesce a restituire il più delle volte gli echi della lingua usata da Rick Moody, Jonathan Lethem, Jumpa Lahiri o altri), dall’altra c’è la necessità di chi si mette a scrivere, come me e te, di arrivare ad un pubblico, di sapere che quello che facciamo ha un valore per qualcuno, e quindi di scendere a patti con questa tendenza.

    il punto, è che questa strada, non è l’unica. è una delle possibili.

    Se poi quello che uno vuole sono i milioni di lettori, secondo me, l’unica soluzione è una sola, si deve chiudere in casa e scrivere scrivere scrivere. E nel tempo libero cercarsi un buon agente letterario.

  10. 10 gianluca didino said at 11:52 on novembre 17th, 2010:

    ciao Loris, grazie del commento.

    vorrei innanzitutto che fosse chiara una cosa: io non ho niente di pregiudiziale contro le posizioni di Ferroni; voglio dire: non ho niente di pregiudiziale contro l’idea che sia lo stile letterario a determinare la qualità di un testo, purché: 1) non sia l’unico criterio preso in considerazione; 2) l’idea di stile sia adattata al contesto contemporaneo: la cifra stilistica di Gadda, per dire, oggi suona semplicemente anacronistica.

    detto questo io vedo le cose in modo molto differente. a me lo stile letterario importa francamente poco e anzi, molto spesso, uno stile ricercato è un ostacolo che mi frena dal comprare o leggere un certo libro. proprio ieri per dire stavo per comprare un saggio di Aldo Busi, ma l’incipit, tutto costruito su un gioco linguistico e pieno di onomatopee, ha fatto sì che decidessi di non comprare il testo. ovviamente questo che dico non è un assoluto: DeLillo per esempio ha uno stile molto “forte” e continua a piacermi parecchio, e così anche Manganelli. però la maggioranza degli scrittori che amo usano uno stile il più neutro possibile, o perché lo ricercano (Kafka, Carver), o perché scrivono in maniera molto libera e diretta, per così dire, se non addirittura complusiva (Simenon, Banana Yoshimoto) o semplicemente perché nel discorso che portano avanti la cifra stilistica è secondaria (Tondelli, Vonnegut).

    questa mia posizione però non è un assunto. è una cosa a cui sono arrivato seguendo un certo percorso intellettuale e anche, e forse di più, un certo percorso di vita. non era così in passato e può darsi che in futuro cambierà, ma ora lo stile letterario ricercato mi suona sempre falso: cerco l’espressione più diretta possibile, il significato più univoco, la lingua più nuda. ovviamente però non tutti i percorsi di vita portano nella stessa direzione del mio percorso di vita, e quindi, ripeto ancora, non credo che una lingua semplice e neutra sia “giusta” e che una lingua polisemica e ricercata sia “sbagliata”.

    quello che volevo semplicemente far notare è che il concetto di stile “forte” in senso assoluto, così come ci arriva dai classici (siamo pur sempre il paese di Dante e Boccaccio) e dalla tradizione moderna-avanguardistica, fortissima in Italia (Sanguineti, Balestrini, ma anche Gadda e Pirandello) è qualcosa che, quantomeno, andrebbe rivisitato alla luce della commistione di stili, dell’indebolimento della cirfra stilistica personale che è stato apportato dal postmoderno.

    se tutto questo è un fatto pacificamente accettato allora sì, certo, concordo con te: la scrittura romanzesca, diretta, per così dire “semplice” è una strada tra le tante. e sarei molto contento di vedere altre strade, seguire nuove suggestioni. personalmente oltre agli scrittori che ho citato amo molto anche Bernhard, Flaiano, Pérec, tutta gente che ha seguito strade alternative rispetto all’autostrada principale.

    questo per dire che non sono un fautore del pensiero unico, figuriamoci :) sarei curioso, anzi. e la pluralità di scritture e posizioni non può che far bene, essere uno stimolo per tutti, scrittori e lettori.

  11. 11 gianluca didino said at 11:59 on novembre 17th, 2010:

    ah, scusa, dimenticavo un punto: sull’inglese: probabilmente ciò che dici è vero (ne so poco e mi piacerebbe saperne di più, in realtà), però non dimentichiamoci che l’inglese è la lingua più diretta, pulitca, pragmatica e limpida d’Europa, una lingua (quasi) senza genere, con pochi tempi verbali, con una costruzione sintattica estremamente lineare.

    per esempio io ho dei seri problemi con la lingua italiana, che è così complessa, contorta, spinosa, melliflua, riflessiva. la lingua che parli influeza il modo in cui pensi? fino a che punto le nuove scritture sono influenzate dall’inglese? e quanto questa influenza è frutto di un fraintendimento o di una scarsa compresnione, come dici tu? oppure: non è la colonizzazione culturale degli USA che ci ha portato a pensare (un po’: a metà: come l’hamburger) come loro e quindi a (tentare di) scrivere come loro?

    tutte domande molto interessanti alle quali non ho gli strumenti per rispondere.

  12. 12 Matteo Scandolin said at 01:26 on novembre 23rd, 2010:

    By the way: http://www.sulromanzo.it/2010/11/scritture-perdere-la-letteratura-negli.html
    MS

  13. 13 gianluca didino said at 11:50 on novembre 23rd, 2010:

    Ecco, appunto. “Un pamphlet durissimo e necessario”. Durissimo, eh – ma necessario.

    Boh.

  14. 14 enpi said at 13:32 on novembre 26th, 2010:

    leggermente off topic [ma non troppo]:
    mi sono messo in testa che vorrei comprare questo libro:
    “Introduzione alla storia come narrazione e come azione”, di Andrea Zhok.
    ma costa 16 euro. quindi non lo farò, non a prezzo pieno.
    se ci fosse un’edizione digitale sui 3, 4 euro, lo prenderei al volo…

  15. 15 gianluca didino said at 12:57 on novembre 30th, 2010:

    @enpi: scusa il ritardo, sono stato lontano dal blog. perfettamente d’accordo con te, comunque. poi magari, se questo libro miace davvero tanto e ce lo voglio avere, per così dire, “vero”, allora di euro ne spendo pure 20, non solo 16, ma per scelta, perché voglio quell’oggetto lì. non perché non ho alternative.


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