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	<title>boring machines disturb sleep</title>
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	<description>il blog di gianluca didino</description>
	<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 12:36:45 +0000</pubDate>
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		<title>THE WILDERNESS DOWNTOWN</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 08:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluca didino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[visions/noises]]></category>

		<category><![CDATA[arcade fire]]></category>

		<category><![CDATA[html5]]></category>

		<category><![CDATA[the suburbs]]></category>

		<category><![CDATA[the wilderness downtown]]></category>

		<category><![CDATA[we use to wait]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1059" title="the-wilderness-downtown" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/09/the-wilderness-downtown-300x166.jpg" alt="the-wilderness-downtown" width="300" height="166" />Qualche settimana fa parlavo del nuovo disco degli Arcade Fire, <em>The Suburbs</em>, esprimendo qualche perplessità. L'ho ascoltato un altro bel po' di volte, ho forse ammorbidito un po' il mio giudizio ma nella sostanza resto convinto di quanto avevo scritto: che non mi convince fino in fondo, o meglio non mi entusiasma fino in fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque stamani ho letto sul <em>Post</em> una cosa che non sapevo, e cioè che il video del nuovo singolo della band canadese, <em>We used to wait</em>, non è affatto un video ma qualcosa di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi svelo i dettagli perché val la pena di fare l'esperienza da soli: il progetto (realizzato in HTML5 dal registra Chris Milk in collaborazione con Google) si chiama <a href="http://www.thewildernessdowntown.com/"><em>The Wilderness Downtown</em></a>. Una bella home page vi chiede di inserire l'indirizzo della via in cui siete nati e/o cresciuti, dopodiché capitano cose interessanti.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1059" title="the-wilderness-downtown" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/09/the-wilderness-downtown-300x166.jpg" alt="the-wilderness-downtown" width="300" height="166" />Qualche settimana fa parlavo del nuovo disco degli Arcade Fire, <em>The Suburbs</em>, esprimendo qualche perplessità. L&#8217;ho ascoltato un altro bel po&#8217; di volte, ho forse ammorbidito un po&#8217; il mio giudizio ma nella sostanza resto convinto di quanto avevo scritto: che non mi convince fino in fondo, o meglio non mi entusiasma fino in fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque stamani ho letto sul <em>Post</em> una cosa che non sapevo, e cioè che il video del nuovo singolo della band canadese, <em>We used to wait</em>, non è affatto un video ma qualcosa di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi svelo i dettagli perché val la pena di fare l&#8217;esperienza da soli: il progetto (realizzato in HTML5 dal registra Chris Milk in collaborazione con Google) si chiama <a href="http://www.thewildernessdowntown.com/"><em>The Wilderness Downtown</em></a>. Una bella home page vi chiede di inserire l&#8217;indirizzo della via in cui siete nati e/o cresciuti, dopodiché capitano cose interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Consiglio vivamente di provarci: l&#8217;esperienza è curiosa, e quando i videoclip musicali personalizzati saranno roba da tutti i giorni potrete raccontare ai vostri figli che avete assistito a uno dei primi esperimenti ben riusciti di comunicazione visiva calibrata sulle esperienze personali dell&#8217;utente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente (visto che quando Google ci si mette di mezzo lo fa in grande stile) funziona solo su Chrome.</p>
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		<title>LA QUESTIONE MONDADORI NON È ESATTAMENTE UNA QUESTIONE</title>
		<link>http://www.boringmachines.org/?p=1052</link>
		<comments>http://www.boringmachines.org/?p=1052#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 13:28:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluca didino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[crash]]></category>

		<category><![CDATA[antonio moresco]]></category>

		<category><![CDATA[editoria]]></category>

		<category><![CDATA[il primo amore]]></category>

		<category><![CDATA[mondadori]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1053" title="mondaday" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/mondaday-300x178.jpg" alt="mondaday" width="300" height="178" />Stamani "inutile" (via Facebook) rimpallava un <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1929.html">articolo</a> di Antonio Moresco sulla questione Mondadori apparso ieri su "Il primo amore". L'ho trovato un bell'articolo, chiaro, esaustivo e meritevole di non trasformare tutto nella solita sfilata di carri da festa paesana. Insomma un pezzo che vale la pena di leggere per farsi un'idea di quale sia il nocciolo di questa vicenda, e che ha anche il pregio, piuttosto raro, di essere abbastanza onesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Però. È tutta l'estate che si va avanti con questa interminabile <em>querelle</em>, tra appelli e controappelli, pubbliche dichiarazioni e gesti eclatanti. A me viene da chiedermi se la questione è veramente tale, cioè se ha senso riempirci pagine e pagine di quotidiani, riviste e siti web.</p>
<p style="text-align: justify;">Per come la vedo io chi propone un'uscita in massa da Mondadori lo può fare solo per quattro motivi: 1) ha qualche interesse (e qui è onesto Moresco a far notare che <em>Repubblica</em> di interessi ne ha eccome, oltre che una gran voglia, aggiungerei, e più preoccupante ogni minuto che passa, di gridare allo scandalo un giorno sì e l'altro anche); 2) può permettersi di farlo, in linea di massima perché ha un nome tale che comunque sia cadrà sempre su un letto di piume; 3) se non può permettersi di farlo coltiva dentro di sè uno spirito da kamikaze o gode masochisticamente a infliggersi delle pene inutili, o alla meno peggio 4) ha un'idea dell'eroismo superata da almeno un paio di secoli.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1053" title="mondaday" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/mondaday-300x178.jpg" alt="mondaday" width="300" height="178" />Stamani &#8220;inutile&#8221; (via Facebook) rimpallava un <a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1929.html">articolo</a> di Antonio Moresco sulla questione Mondadori apparso ieri su &#8220;Il primo amore&#8221;. L&#8217;ho trovato un bell&#8217;articolo, chiaro, esaustivo e meritevole di non trasformare tutto nella solita sfilata di carri da festa paesana. Insomma un pezzo che vale la pena di leggere per farsi un&#8217;idea di quale sia il nocciolo di questa vicenda, e che ha anche il pregio, piuttosto raro, di essere abbastanza onesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Però. È tutta l&#8217;estate che si va avanti con questa interminabile <em>querelle</em>, tra appelli e controappelli, pubbliche dichiarazioni e gesti eclatanti. A me viene da chiedermi se la questione è veramente tale, cioè se ha senso riempirci pagine e pagine di quotidiani, riviste e siti web.</p>
<p style="text-align: justify;">Per come la vedo io chi propone un&#8217;uscita in massa da Mondadori lo può fare solo per quattro motivi: 1) ha qualche interesse (e qui è onesto Moresco a far notare che <em>Repubblica</em> di interessi ne ha eccome, oltre che una gran voglia, aggiungerei, e più preoccupante ogni minuto che passa, di gridare allo scandalo un giorno sì e l&#8217;altro anche); 2) può permettersi di farlo, in linea di massima perché ha un nome tale che comunque sia cadrà sempre su un letto di piume; 3) se non può permettersi di farlo coltiva dentro di sè uno spirito da kamikaze o gode masochisticamente a infliggersi delle pene inutili, o alla meno peggio 4) ha un&#8217;idea dell&#8217;eroismo superata da almeno un paio di secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte le giustificazioni che ho sentito in bocca a certi scrittori mi sono parse un po&#8217; demenziali (per esempio Pennacchi direttamente al Tg1): raccontare che lo scrittore è responsabile solo dei libri che scrive e di nient&#8217;altro mi sembra il solito modo, tutto italiano, di appigliarsi a verità inoppugnabili (del tipo: &#8220;la terra gira intorno al sole&#8221;) per non porsi altre e più inquietanti domande. Ora, non che lo trovi intellettualmente sbagliato (come si potrebbe?) nè che fatichi a capire il perché chi pubblica con Mondadori preferisce tenersi in disparte o trovare qualche giustificazione. Però i costrutti logici utilizzati a fini di salvaguardia di sè stessi non mi sono mai piaciuti. Tanto vale dire quello che dice Moresco, e cioè che Mondadori paga e molti altri no. Almeno si conserva il pregio di dare alle parole un po&#8217; di dignità e si capisce, una buona volta, di cosa si sta parlando davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque sia a me sembra che siamo sempre alle solite: semplicemente una situazione del genere, in un paese che si dice sviluppato, democratico e liberale (questo poi è l&#8217;apice dell&#8217;ironia) non dovrebbe esistere. Cioè: non dovrebbe succedere di trovarsi schiacchiati tra questi <em>aut aut</em> grandi come giganti, considerato soprattutto che non sono certo gli scrittori ad aver provocato questa situazione (comunque sia non meno dei giornali e dei partiti che ora lanciano la chiamata alle armi).</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà pure banale, sarà pure la solita minestra che mangiamo da quindici o vent&#8217;anni, però tutta questa enfasi improvvisa (scatenata dalla famosa legge &#8220;ad aziendam&#8221;? Perché prima non c&#8217;erano già sufficienti indizi per capire che Mondadori è una casa editrice un po&#8217; diversa dalle altre? Perché fino a due mesi fa Mondadori non era di proprietà del Presidente del Consiglio?) mi sembra un po&#8217; fuori luogo. Mi sembra un continuo sgolarsi sulla superficie delle cose, mentre in profondità le cose non cambiano di una virgola e chissà quando, e se, mai cambieranno.</p>
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		<title>IL REALE E L&#8217;IRREALE</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 10:46:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluca didino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[crash]]></category>

		<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<category><![CDATA[sequestro autobus]]></category>

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		<category><![CDATA[tg]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1041" title="PHILIPPINES-CRIME-HIJACK" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/manila1-300x250.jpg" alt="PHILIPPINES-CRIME-HIJACK" width="240" height="200" />Ieri mattina un autobus con quindici turisti cinesi a bordo è stato <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/08/23/visualizza_new.html_1790924134.html">sequestrato</a> nel centro di Manila, Filippine. L'emittente televisiva nazionale ha seguito la vicenda minuto per minuto e le immagini, in diretta, sono state trasmesse da molte reti in tutto il mondo. Mi è capitato di seguire su RaiNews24 le ultime fasi del sequestro (il blitz delle teste di cuoio, durato circa un'ora tra le due e le tre italiane). Aggiungo che è capitato in maniera casuale: non sapevo nulla di ciò che stava accadendo, mi stavo mettendo a tavola per il pranzo e avevo acceso la tv per seguire il consueto telegiornale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>È raro in Italia assistere a questo tipo di giornalismo. L'unico precedente che ricordi sono le immagini della scuola di Beslan nel 2004, e se non sbaglio non erano state mandate in diretta (scelta peraltro più che giustificata, visto che a Beslan i morti erano stati centinaia, di cui quasi duecento bambini). Ieri le telecamere hanno seguito i ripetuti interventi della polizia filippina di penetrare nell'autobus, l'uccisione dell'attentatore e le operazioni di recupero degli ostaggi (bilancio provvisorio, con dati Ansa: sei turisti vivi, nove morti).</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò mi ha colpito molto, e da parecchi punti di vista.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1041" title="PHILIPPINES-CRIME-HIJACK" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/manila1-300x250.jpg" alt="PHILIPPINES-CRIME-HIJACK" width="240" height="200" />Ieri mattina un autobus con quindici turisti cinesi a bordo è stato <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/08/23/visualizza_new.html_1790924134.html">sequestrato</a> nel centro di Manila, Filippine. L&#8217;emittente televisiva nazionale ha seguito la vicenda minuto per minuto e le immagini, in diretta, sono state trasmesse da molte reti in tutto il mondo. Mi è capitato di seguire su RaiNews24 le ultime fasi del sequestro (il blitz delle teste di cuoio, durato circa un&#8217;ora tra le due e le tre italiane). Aggiungo che è capitato in maniera casuale: non sapevo nulla di ciò che stava accadendo, mi stavo mettendo a tavola per il pranzo e avevo acceso la tv per seguire il consueto telegiornale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>È raro in Italia assistere a questo tipo di giornalismo. L&#8217;unico precedente che ricordi sono le immagini della scuola di Beslan nel 2004, e se non sbaglio non erano state mandate in diretta (scelta peraltro più che giustificata, visto che a Beslan i morti erano stati centinaia, di cui quasi duecento bambini). Ieri le telecamere hanno seguito i ripetuti interventi della polizia filippina di penetrare nell&#8217;autobus, l&#8217;uccisione dell&#8217;attentatore e le operazioni di recupero degli ostaggi (bilancio provvisorio, con dati Ansa: sei turisti vivi, nove morti).</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò mi ha colpito molto, e da parecchi punti di vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto (e si tratta di un argomento su cui è stato scritto molto, ma viverlo in prima persona è sempre diverso) per via della perdurante sensazione di irrealtà che mi ha comunicato la trasmissione. Di sequestri di autobus, tra film e serie televisive, ne ho visti a centinaia, sempre incorniciati da uno schermo, filtrati dall&#8217;occhio di una telecamera. La sensazione iniziale era quella di guardare una qualunque puntata di &#8220;24&#8243;, certi che prima o poi sarebbe intervenuto Jack Bauer e tutto si sarebbe risolto per il meglio (anzi, peggio: con la falsa adrenalina della fiction, accettabile perché tanto sai che &#8220;il sangue è succo di pomodoro&#8221;, come mi dicevano i miei quand&#8217;ero bambino). Ho avuto la netta sensazione che davvero la nostra percezione della realtà viene stravolta quotidianamente dall&#8217;overdose di media, e quella, ancora più spiacevole, che se lo staccco tra reale e verosimile smette di essere percepito con chiarezza non c&#8217;è nemmeno spazio per l&#8217;empatia: all&#8217;inizio non potevo empatizzare con i turisti condannati a morte in quell&#8217;autobus più di quanto potessi farlo con i personaggi di un thriller. E questo semplicemente perché la mia mente, lì per lì, non riusciva a credere che quello che stavo guardando fosse la realtà, e che stesse capitando proprio in quel momento dall&#8217;altra parte del mondo. <em>Proprio in quel momento</em>, mentre io mettevo il parmigiano grattuggiato sulla pasta.</p>
<p style="text-align: justify;">Preso atto che non si trattava di una serie televisiva (preso atto, insomma, che Jack Bauer non sarebbe mai arrivato) l&#8217;emozione è stata molto forte, tanto da farmi venir voglia di cambiare canale, tenendomi contemporaneamente attaccato allo schermo e facendomi sentire in colpa per il voyeurismo implicito nel mio starmene lì a osservare quello che sarebbe capitato. Il mix di questi sentimenti ha portato a una specie di risentimento: perché mi stavano costringendo a vedere quelle immagini? Perché mi stavano portando contro la mia voltontà in quella piazza deserta battuta dalla pioggia alle tre di notte (ora locale), a guardare delle persone già morte e ad aspettare che altre persone morissero? Che diritto ha la televisione di costringermi a vedere una persona vera che muore davvero, uccisa da un colpo di arma da fuoco? Le immagini in sè, devo dire, non sono state particolarmente crude. La polizia ha provato ad entrare nell&#8217;autobus, è stata respita da una scarica di un fucile automatico M-16 e si è allontanata dal mezzo. Poi c&#8217;è stato un lungo silenzio, e ad un certo punto, senza che si sentissero altri spari, si è visto il corpo del sequestratore penzolare dalle porte anteriori dell&#8217;autobus, tra i vetri rotti dagli agenti a colpi di mazza (se si sia trattato di suicidio o del colpo di un cecchino non è ancora ben chiaro, in realtà).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine ho provato una profonda sensazione di liberazione. Non tanto per il supposto &#8220;happy end&#8221;, visto che nella realtà (altra lezione che ho imparato ieri) l&#8217;happy end non esiste quasi mai (perché quando guardi un film preferisci essere felice per chi si è salvato piuttosto che essere triste per chi non ce l&#8217;ha fatta? Perché la morte del cattivo è qualcosa di positivo, se non perché sai che in realtà non è morto proprio nessuno?). Ciò che mi ha fatto sentire liberato è stata la visione del reale, cioè: il reale nudo, violento quanto si vuole ma spogliato dai suoi orpelli, dalle mistificazioni quotidiane. Il telegiornale, riportando le notizie senza mostrarle, confeziona i fatti, li impacchetta, li trasforma in un prodotto edulcorato e scintillante (è sempre stato così o è il segno dei nostri tempi di iper-consumo? Questa tendenza alla mistificazione è il sintomo di un&#8217;epoca in cui tutto è merce vendibile oppure è qualcosa di intrinseco alla professione del giornalista, qualcosa di necessario perché la notizia, oltre ad esistere fisicamente, possa diventare anche comunicabile?). Ho percepito chiaramente come ci sia una grossa differenza tra vedere e sentir raccontare. Quando l&#8217;annunciatrice al tg di dice: &#8220;L&#8217;attentatore è stato ucciso dalla polizia e alcuni ostaggi tratti in salvo&#8221; pensi, se pensi qualcosa, &#8220;meno male&#8221;. Ma quello che le parole nascondono è la figura di un uomo morto che penzola come uno straccio tra i vetri di un autobus turistico con i finestrini forati dai proiettili (e se ci pensi quei fori nei vetri sono l&#8217;ultima traccia di sè che quest&#8217;uomo ha lasciato nel mondo). La frase &#8220;alcuni ostaggi sono riusciti a salvarsi&#8221; nasconde che altri ostaggi, gente comune, ha finito la sua esistenza con un colpo di pistola in testa sui sedili dello stesso autobus dopo dodici ore di inferno. La parola &#8220;polizia&#8221; nasconde dieci uomini spaventati, che hanno rischiato di morire in mondovisione e che quando sono usciti dall&#8217;autobus sono scoppiati a piangere (vuoi per la tensione, vuoi per quello che hanno visto all&#8217;interno). La parola &#8220;attentatore&#8221; nasconde un uomo con moglie e figli, che avrà fatto quel che ha fatto per dei motivi (al tg, soprattutto in Italia, in linea di massima se la cavano con il &#8220;raptus di follia&#8221;, una spiegazione che è come un gigantesco colpo di clava infiltto ad ogni profondità, ad ogni complessità del reale).</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, non so. Non so dire se un giornalismo come quello che ho visto ieri sia giusto o sbagliato, se sia <em>eticamente </em>giusto o sbagliato che un bambino possa vedere quello che si è visto ieri (dove passa la linea di confine tra la volontà di raccontare qualcosa nella sua forma più semplice e diretta e la volontà di solleticare il voyeurismo della gente?). Però ieri ho capito ancora meglio quanto sia falsa, vuota e inessenziale l&#8217;informazione a cui siamo sottoposti come ad una terapia medica tutti i giorni. E che c&#8217;è qualcosa di sbagliato, di profondamente sbagliato, nel modo in cui l&#8217;iper-esposizione ai media ci ha insegnato a rapportarci alla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuiamo pure a credere ai raptus di follia e a nasconderci dietro i più improbabili eufemismi (esempi tratti dal Tg1: &#8220;tracce organiche&#8221; = sperma; &#8220;escort&#8221; = prostituta; &#8220;lucciola&#8221; = puttana) poi non stupiamoci però quando il ragazzino che fa strage della famiglia non sembra comprendere la gravità del suo gesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Banalmente: un mondo come quello che ci raccontano i telegiornali è privo di senso, e in un mondo privo di senso tutto è lecito. Un mondo come quello che si è visto ieri in diretta tv è un mondo duro, violento, crudele quanto si vuole, ma sensato. E io, personalmente, continuo a preferire una verità scioccante all&#8217;aura rassicurante di un&#8217;informazione che nasconde tutto sotto il tappeto.</p>
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<p style="text-align: justify;"><!-- Inizio Codice Shinystat --></p>
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		<title>ARCADE FIRE - THE SUBURBS</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 18:50:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluca didino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[visions/noises]]></category>

		<category><![CDATA[arcade fire]]></category>

		<category><![CDATA[the suburbs]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-1021 alignleft" title="arcade-fire_the-suburbs" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/arcade-fire_the-suburbs-300x297.jpg" alt="arcade-fire_the-suburbs" width="204" height="202" />L'altro ieri, il 2 agosto, è uscito il terzo album degli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arcade_Fire">Arcade Fire</a>, "The suburbs". Si tratta di un disco molto atteso e come tanti altri ero impaziente di ascoltarlo, considerato che i due precedenti mi erano piaciuti molto (il primo) e moltissimo (il secondo). L'ho fatto andare un paio di volte a casa di mia madre, poi in auto tornando a Torino e un'altro paio di volte oggi ultimando i preparativi per le ferie. Questo per dire che non l'ho ancora ascoltato approfonditamente come senza dubbio meriterebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatta questa premessa devo però dire che delle due recensioni "autorevoli" che ho letto, <a href="http://pitchfork.com/reviews/albums/14516-the-suburbs/">quella</a> di Pitchfork (entusiastica) e <a href="http://www.ondarock.it/recensioni/2010_arcadefire.htm">quella</a> di Ondarock (più tiepida) mi sento più vicino alla seconda, anche se forse non in maniera così drastica (cioè: per ora gli darei un sette per l'impegno, ecco). Non che si tratti di un brutto disco, anzi. Inizia molto bene, e sparse qua e là ci sono due o tre tracce veramente pregevoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Però, primo: è terribilmente lungo, e a me i dischi lunghi proprio non piacciono, salvo doverose eccezioni. A metà mi sono sorpreso a chiedermi come mai non fosse ancora finito, ed eravamo, appunto, a metà. Secondo, i picchi di intensità emotiva sono pochi. Va e viene lungo uno stesso tono, a volte un po' monotono. Non ho trovato, dopo questi primi ascolti, nè inni simil-religiosi come "The well and the lighthouse" nè ballate struggenti (<em>eccessivamente struggenti</em>, ma era quello il bello) come "Crown of love".</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-1021 alignleft" title="arcade-fire_the-suburbs" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/arcade-fire_the-suburbs-300x297.jpg" alt="arcade-fire_the-suburbs" width="204" height="202" />L&#8217;altro ieri, il 2 agosto, è uscito il terzo album degli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arcade_Fire">Arcade Fire</a>, &#8220;The suburbs&#8221;. Si tratta di un disco molto atteso e come tanti altri ero impaziente di ascoltarlo, considerato che i due precedenti mi erano piaciuti molto (il primo) e moltissimo (il secondo). L&#8217;ho fatto andare un paio di volte a casa di mia madre, poi in auto tornando a Torino e un&#8217;altro paio di volte oggi ultimando i preparativi per le ferie. Questo per dire che non l&#8217;ho ancora ascoltato approfonditamente come senza dubbio meriterebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatta questa premessa devo però dire che delle due recensioni &#8220;autorevoli&#8221; che ho letto, <a href="http://pitchfork.com/reviews/albums/14516-the-suburbs/">quella</a> di Pitchfork (entusiastica) e <a href="http://www.ondarock.it/recensioni/2010_arcadefire.htm">quella</a> di Ondarock (più tiepida) mi sento più vicino alla seconda, anche se forse non in maniera così drastica (cioè: per ora gli darei un sette per l&#8217;impegno, ecco). Non che si tratti di un brutto disco, anzi. Inizia molto bene, e sparse qua e là ci sono due o tre tracce veramente pregevoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Però, primo: è terribilmente lungo, e a me i dischi lunghi proprio non piacciono, salvo doverose eccezioni. A metà mi sono sorpreso a chiedermi come mai non fosse ancora finito, ed eravamo, appunto, a metà. Secondo, i picchi di intensità emotiva sono pochi. Va e viene lungo uno stesso tono, a volte un po&#8217; monotono. Non ho trovato, dopo questi primi ascolti, nè inni simil-religiosi come &#8220;The well and the lighthouse&#8221; nè ballate struggenti (<em>eccessivamente struggenti</em>, ma era quello il bello) come &#8220;Crown of love&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma: &#8220;Funeral&#8221; era una perla dell&#8217;indie rock (seppure con tutti i limiti del genere), mentre &#8220;Neon Bible&#8221; era un disco estremo, cupo, profondo. In &#8220;The suburbs&#8221; quell&#8217;alone nero che circondava i brani non scompare del tutto, ma mi sembra come un po&#8217; annacquato, un po&#8217; tenuto a freno nel tentativo di fare un disco più bilanciato, più curato nei dettagli. Anche le influenze anni Ottanta, che pure non vengono accantonate (e qui, aperta parentesi: magari è anche ora di lasciarli passare una volta per tutte, questi anni Ottanta&#8230;), cambiano di tonalità: più pop e meno dark rock, più Blondie, per dire, e meno Joy Division, meno Cure.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrò modo di ascoltarlo molte altre volte e magari cambierò opinione, e poi forse, come dicono in molti, sarà davvero &#8220;The suburbs&#8221; a lanciare la band canadese nell&#8217;Olimpo del mainstream. Però fino a una settimana fa ero tentato di comprare i biglietti per Bologna (unica data italiana, il 2 settembre) e ora ho qualche dubbio in più di prima.</p>
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		<title>LA SOTTILE LINEA ROSSA</title>
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		<comments>http://www.boringmachines.org/?p=1003#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 14:16:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluca didino</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[brigitta jonsdottir]]></category>

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		<category><![CDATA[Julian Assange]]></category>

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		<category><![CDATA[libertà di informazione]]></category>

		<category><![CDATA[wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-1004 alignleft" title="wikileaks" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/wikileaks.png" alt="wikileaks" width="142" height="328" />Come accade spesso in questi tempi di confusione globale, anche (e soprattutto) su temi caldi come la libertà di informazione il grande pendolo degli "opposti estremismi" oscilla più veloce che mai: in Italia siamo a un passo dall'approvazione di quella che, allo stato attuale delle cose, appare come una delle leggi più illiberali di tutto l'Occidente (la cosiddetta "Legge bavaglio"; <a href="http://www.scrittinediti.it/blog/2010/06/18/legge-bavaglio-e-scenari-per-blog/">qui</a> un articolo abbastanza chiaro di Jan Reister sulle conseguenze per i blogger, pubblicato in origine su Nazione Indiana), mentre in Islanda la deputata anarchica Birgitta Jonsdottir è riuscita a far approvare una <a href="http://www.digital.it/news/mercato/diritto-online/islanda-e-wikileaks-le-risposte-concrete-alla-legge-bavaglio/1162/">legge</a> che libera tutto e tutti da ogni responsabilità presente, passata e futura. Il polverone suscitato dai dossier pubblicati da Wikileaks sui retroscena della guerra in Afghanistan è in parte la conseguenza di questa schizofrenia (è insomma ciò che capita quando si cammina in questa terra di nessuno al limite della legalità, dove non esistono opinioni chiare e condivise e tutto, ma proprio tutto, è passibile di esplodere da un momento all'altro), ma è anche la dimostrazione che su questo genere di tematiche, come sulle questioni bioetiche e sulle nuove problematiche sociali, si combattono battaglie la cui ampiezza non è del tutto calcolabile nemmeno dagli attori in gioco.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-1004 alignleft" title="wikileaks" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/wikileaks.png" alt="wikileaks" width="142" height="328" />Come accade spesso in questi tempi di confusione globale, anche (e soprattutto) su temi caldi come la libertà di informazione il grande pendolo degli &#8220;opposti estremismi&#8221; oscilla più veloce che mai: in Italia siamo a un passo dall&#8217;approvazione di quella che, allo stato attuale delle cose, appare come una delle leggi più illiberali di tutto l&#8217;Occidente (la cosiddetta &#8220;Legge bavaglio&#8221;; <a href="http://www.scrittinediti.it/blog/2010/06/18/legge-bavaglio-e-scenari-per-blog/">qui</a> un articolo abbastanza chiaro di Jan Reister sulle conseguenze per i blogger, pubblicato in origine su Nazione Indiana), mentre in Islanda la deputata anarchica Birgitta Jonsdottir è riuscita a far approvare una <a href="http://www.digital.it/news/mercato/diritto-online/islanda-e-wikileaks-le-risposte-concrete-alla-legge-bavaglio/1162/">legge</a> che libera tutto e tutti da ogni responsabilità presente, passata e futura. Il polverone suscitato dai dossier pubblicati da Wikileaks sui retroscena della guerra in Afghanistan è in parte la conseguenza di questa schizofrenia (è insomma ciò che capita quando si cammina in questa terra di nessuno al limite della legalità, dove non esistono opinioni chiare e condivise e tutto, ma proprio tutto, è passibile di esplodere da un momento all&#8217;altro), ma è anche la dimostrazione che su questo genere di tematiche, come sulle questioni bioetiche e sulle nuove problematiche sociali, si combattono battaglie la cui ampiezza non è del tutto calcolabile nemmeno dagli attori in gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti sono molto semplici: la notte del 27 luglio scorso Wikileaks ha caricato sui suoi server e messo online il dossier &#8220;<a href="http://wikileaks.org/wiki/Afghan_War_Diary,_2004-2010">Afghan War Diary: 2004 2009</a>&#8220;, contenente circa 95.000 documenti relativi alla guerra in Afghanistan. Le reazioni sono state, come era facile immaginare, delle più diverse. Alla Casa Bianca si sono idnignati, poi hanno parlato di minaccia per la sicurezza nazionale, e alla fine hanno implorato il sito di far sparire i documenti incriminati. Qualcuno, anche a casa nostra, ha proposto il Nobel per la pace a Julian Assange, fondatore di Wikileaks. Per esempio Alessandro Gilioli, sul sito dell&#8217;Espresso, ha <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/tutti-a-lezione-di-wikileaks/2131791/15">parlato</a> di</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">una straordinaria luce di verità che ha squarciato il buio del giornalismo &#8216;embedded&#8217;, quello degli inviati portati al fronte con il guinzaglio dal Pentagono perché vedessero e raccontassero solo quello che i comandi militari volevano far passare.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Stamani però IlPost è uscito con <a href="http://www.ilpost.it/2010/08/03/i-talebani-usano-wikileaks/">questo articolo</a> in cui, riprendendo una notizia di Newsweek (non confermata dall&#8217;esercito americano, almeno per il momento), si sostiene che sono cominciate le temute ritorsioni dei telbani nei confronti dei collaboratori delle truppe Usa i cui nomi sono stati menzionati in &#8220;Afghan War Diary&#8221;. Pare infatti che</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">la scorsa settimana, soltanto quattro giorni dopo la pubblicazione dei  documenti, nelle case dei capi tribali dell’Afghanistan meridionale sono  cominciate ad arrivare minacce di morte. Nel weekend un anziano che i  talebani ritenevano avere stretti contatti con gli americani, Khalifa  Abdullah, è stato portato via dalla propria casa nel villaggio di Monar –  nella turbolenta area di Arghandab, vicino Kandahār – e giustiziato.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ora, sarà anche vero quanto <a href="http://temi.repubblica.it/limes/afghanistan-i-documenti-di-wikileaks-e-i-segreti-di-pulcinella/14020">scriveva</a> Francesca Marino su &#8220;Limes&#8221; due giorni fa, e cioè che i segreti divulgati da Wikileaks sono tutto tranne che segreti, ma se verrà confermato quanto sostiene Newsweek la questione non cambia: la diffusione del dossier sta cominciando ad avere conseguenze concrete, e tragiche, e questa non è una questione su cui si possa sorvolare.</p>
<p>Sinceramente il problema mi sembra così complesso che non me la sento di giocare a tirare delle conclusioni. Mi limito a porre (e a pormi) qualche domanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Primo: non è un po&#8217; rischioso lanciarsi in elogi sperticati, come fa Gilioli, foss&#8217;anche solo per contrapporsi in maniera partigiana ai bavagli (indecenti) di casa nostra? La questione <em>diritto di informazione vs. diritto di sicurezza</em> non mi sembra proprio il genere di discorso in cui le posizioni estreme si rivelano produttive. E non mi sembra nemmeno che si tratti di una questione prettamente intellettuale, confinabile all&#8217;astratto dei diritti e dei doveri del cittadino del terzo millenio, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo: il diritto del singolo di essere informato mi sembra sacrosanto, però mi pare anche logico che in un sistema complesso come quello delle democrazie occidentali il controllo del flusso informativo sia un fattore essenziale di sopravvivenza del sistema stesso (e qui mi sto riferendo alla legge islandese più che al caso Wikileaks). Certo, in questo modo si può nascondere ogni tipo di nefandezze (omicidi di civili, stragi, torture ecc.), e questo è terribile; ma è anche vero che la divulgazione indiscriminata di informazioni può comportare enormi rischi. Insomma: la linea di confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato mi pare più sottile che mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Terzo: una legge come quella islandese non rischia di attirare ogni sorta di professionista della disinformazione? Non si rischia di aprire il mercato dell&#8217;informazione a notizie false, volutamente manipolate o semplicemente approssimative, lacunose, incomplete? Questo non è certo il caso di Wikileaks, che è famosa per il rigore con cui i dati vengono verificati, ma resta pur sempre una questione non trascurabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Quarto: mi sembra che alla base dei discorsi di chi propone la libertà totale ci sia una grossa ingenuità: e cioè quella di considerare l&#8217;informazione come un bene statico, <em>qualcosa di buono in sè stesso</em>. Invece a me pare che l&#8217;informazione sia per sua natura sempre passibile di essere utilizzata per qualche scopo, e questo per due motivi. Il primo è che il dato puro, l&#8217;informazione nuda, non vuole dire niente per la stragrande maggioranza delle persone (i tabulati delle spese di guerra per me non significa nulla, se non c&#8217;è qualcuno che mi dica come leggere i dati), e questo significa essenzialmente che il dato deve per forza essere interpretato perché la sua comunicazione abbia effetto (e allora può essere mal interpretato, manipolato volontariamente o inconsciamente o addirittura accidentalmente). Il secondo motivo è che in un mondo come il nostro l&#8217;informazione è sempre legata al potere, e quindi può sempre essere utilizzata come strumento di ricatto o di pressione.  Ora, noi siamo abituati a relazionarci con le escort dei nostri politici, ma al mondo esistono anche cose più serie. Liberalizzare in maniera indiscriminata il mercato delle informazioni non significherebbe, stando così le cose, scatenare una vera e propria guerra dove chiunque può ricattare chiunque? E in questo caso quale sarebbe il vero vantaggio (reale e tangibile) per il singolo che vuole essere informato?</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo non certo per giustificare le leggi liberticide che il nostro governo sta per approvare, anzi: ben vengano (nonostante tutto) i siti come Wikileaks, anche se a volte esagerano. Però mi pare che la questione sia molto delicata, gli equilibri estremamente instabili, e che prima di pronunciare verità assolute su questo tema sarebbe meglio pensarci non una, ma almeno una decina di volte.</p>
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		<title>SEMBRA GIAPPONESE MA NON LO È</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 21:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluca didino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[STWH]]></category>

		<category><![CDATA[sushi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-975 alignleft" title="sushi" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/sushi-291x300.jpg" alt="sushi" width="204" height="210" />La premessa a quanto segue è che ho un fratello innamorato del Giappone e di tutto ciò che è giapponese, che ha una katana in camera da letto e un kimono nell'armadio, mentre per me, romanzi di Kawabata a parte, l'isola del Sol Levante resta un mondo in gran parte sconosciuto. Ad ogni modo questa sera ho mangiato per la prima volta giapponese, o almeno ci ho provato (alla fine ho preso spaghetti alle verdure e pollo, mentre la mia ragazza ha finito per mangiare una mozzarella).</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente in materia di cibo ognuno ha i propri gusti (per quanto mi sforzi il pesce crudo non mi va giù, e l'alga che lo fascia ancora di meno) e su questo non ho nulla da sindacare. Però la gente a cui <em>proprio piace</em> mangiare nei sushi-bar, con le loro luci bianche nelle lampade irregolarmente sferiche (di un'irregolarità perfetta, però), con le loro sedie arancioni, con le pareti dipinte da decorazioni minimal, con i cartelli-disclaimer-ecologici ("questo sushi-bar non cucina tonno pinne blu perché è una specie protetta"), con le ragazzine ai tavoli vestite rock and roll (fuseaux, pois, fiocchetti vintage), le ragazze un po' più grandi con la borsa a ideogrammi stampati adatta per l'occasione, i ragazzi con i capelli cortissimi, le bottiglie di vino dalla curvatura perfetta, la piccola televisione anni Cinquanta che tramsette un dvd di Sanpei (come avranno fatto da un punto di vista tecnico? mistero), la fusion di sottofondo, i cuochi giapponesi, i camerieri giapponesi, la ragazza alla cassa che è chiaramente di Torino <em>ma è uguale identica a una giapponese</em>, la gente a cui piace proprio mangiare nei sushi-bar, dicevo, e non tanto per il sushi in sè quanto (forse, credo io) più per il contorno, ecco, secondo me questa gente ha dei problemi seri.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-975 alignleft" title="sushi" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/sushi-291x300.jpg" alt="sushi" width="204" height="210" />La premessa a quanto segue è che ho un fratello innamorato del Giappone e di tutto ciò che è giapponese, che ha una katana in camera da letto e un kimono nell&#8217;armadio, mentre per me, romanzi di Kawabata a parte, l&#8217;isola del Sol Levante resta un mondo in gran parte sconosciuto. Ad ogni modo questa sera ho mangiato per la prima volta giapponese, o almeno ci ho provato (alla fine ho preso spaghetti alle verdure e pollo, mentre la mia ragazza ha finito per mangiare una mozzarella).</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente in materia di cibo ognuno ha i propri gusti (per quanto mi sforzi il pesce crudo non mi va giù, e l&#8217;alga che lo fascia ancora di meno) e su questo non ho nulla da sindacare. Però la gente a cui <em>proprio piace</em> mangiare nei sushi-bar, con le loro luci bianche nelle lampade irregolarmente sferiche (di un&#8217;irregolarità perfetta, però), con le loro sedie arancioni, con le pareti dipinte da decorazioni minimal, con i cartelli-disclaimer-ecologici (&#8221;questo sushi-bar non cucina tonno pinne blu perché è una specie protetta&#8221;), con le ragazzine ai tavoli vestite rock and roll (fuseaux, pois, fiocchetti vintage), le ragazze un po&#8217; più grandi con la borsa a ideogrammi stampati adatta per l&#8217;occasione, i ragazzi con i capelli cortissimi, le bottiglie di vino dalla curvatura perfetta, la piccola televisione anni Cinquanta che tramsette un dvd di Sanpei (come avranno fatto da un punto di vista tecnico? mistero), la fusion di sottofondo, i cuochi giapponesi, i camerieri giapponesi, la ragazza alla cassa che è chiaramente di Torino <em>ma è uguale identica a una giapponese</em>, la gente a cui piace proprio mangiare nei sushi-bar, dicevo, e non tanto per il sushi in sè quanto (forse, credo io) più per il contorno, ecco, secondo me questa gente ha dei problemi seri.</p>
<p style="text-align: justify;">Di sicuro è meno al passo con i tempi, però continuo a preferire il buon vecchio ristorante cinese dal nome di una banalità quasi deprimente (&#8221;Shangai&#8221;, oppure: &#8220;Canton&#8221;), sempre vuoto e sempre aperto a qualunque ora del giorno e della notte, dove la tv è accesa su un canale a caso e il vecchio cinese seduto accanto a voi mentre aspettate il cibo da portare a casa non vi rivolge la parola manco morto, nemmeno se siete voi a fargli una domanda, e dove tutto ha un odore disgustoso di roba fritta male. Quantomeno si risparmia, e nemmeno poco.</p>
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		</item>
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		<title>FEGATO ALLA BANGLADESE</title>
		<link>http://www.boringmachines.org/?p=954</link>
		<comments>http://www.boringmachines.org/?p=954#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 09:49:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluca didino</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[clouds]]></category>

		<category><![CDATA[balon]]></category>

		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>

		<category><![CDATA[porta palazzo]]></category>

		<category><![CDATA[scrittura]]></category>

		<category><![CDATA[torino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-959 alignleft" title="porta_palazzo_torino" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/porta_palazzo_torino-300x200.jpg" alt="porta_palazzo_torino" width="300" height="200" />Sabato mattina di fine luglio. Esco di casa per fare una commissione: sto partendo per le vacanze, e ho finito i Maigret. Il sabato a Porta Palazzo c'è il Balôn, il grande mercato delle pulci, e le bancarelle di libri usati sono molte. E' una bella giornata, c'è il sole, c'è vento, non fa troppo caldo.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso la città lentamente, compro il giornale, mi fermo in una piazza a bere un succo di frutta. Il mercato è sempre lo stesso, il solito brulicare delle etnie più disparate, dei sottogruppi sociali più disparati (studenti, zingari che beveno birra sotto la tettoia del cortile coperto; merce di qualunque genere: quella disposta a terra sul corridoio dietro al Maglio è per lo più rubata o raccolta nei cassonetti, i banchi sono abusivi, gli spazi conquistati centimetro per centimetro).</p>
<p style="text-align: justify;">Prima bancarella, solita domanda: "Avete Simenon?". La ragazza, con un paio di piercing sul volto, non sa nemmeno di cosa sto parlando. Ringrazio. Seconda bancarella, solita domanda. Niente. Terza bancarella, stesso risultato.  Ho un'amica che tiene un banco di libri usati al mercato, un'ex collega della libreria. Vado da lei. Parliamo, fumiamo una sigaretta insieme. Anche qui niente Simenon. In compenso però trovo "Con le peggiori intenzioni" di Piperno a 1 €. Non l'ho mai letto, voglio comprarlo, la mia amica me lo regala.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando a casa con il libro sotto braccio decido di fermarmi in una macelleria araba a comprare qualcosa per pranzo (ho un ricordo vago dei primi anni di università: polpette arabe all'aglio che compravo in una macelleria sotto casa; la macelleria c'è ancora, ma quelle polpette non le fanno più).</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-959 alignleft" title="porta_palazzo_torino" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/08/porta_palazzo_torino-300x200.jpg" alt="porta_palazzo_torino" width="300" height="200" />Sabato mattina di fine luglio. Esco di casa per fare una commissione: sto partendo per le vacanze, e ho finito i Maigret. Il sabato a Porta Palazzo c&#8217;è il Balôn, il grande mercato delle pulci, e le bancarelle di libri usati sono molte. E&#8217; una bella giornata, c&#8217;è il sole, c&#8217;è vento, non fa troppo caldo.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso la città lentamente, compro il giornale, mi fermo in una piazza a bere un succo di frutta. Il mercato è sempre lo stesso, il solito brulicare delle etnie più disparate, dei sottogruppi sociali più disparati (studenti, zingari che beveno birra sotto la tettoia del cortile coperto; merce di qualunque genere: quella disposta a terra sul corridoio dietro al Maglio è per lo più rubata o raccolta nei cassonetti, i banchi sono abusivi, gli spazi conquistati centimetro per centimetro).</p>
<p style="text-align: justify;">Prima bancarella, solita domanda: &#8220;Avete Simenon?&#8221;. La ragazza, con un paio di piercing sul volto, non sa nemmeno di cosa sto parlando. Ringrazio. Seconda bancarella, solita domanda. Niente. Terza bancarella, stesso risultato.  Ho un&#8217;amica che tiene un banco di libri usati al mercato, un&#8217;ex collega della libreria. Vado da lei. Parliamo, fumiamo una sigaretta insieme. Anche qui niente Simenon. In compenso però trovo &#8220;Con le peggiori intenzioni&#8221; di Piperno a 1 €. Non l&#8217;ho mai letto, voglio comprarlo, la mia amica me lo regala.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando a casa con il libro sotto braccio decido di fermarmi in una macelleria araba a comprare qualcosa per pranzo (ho un ricordo vago dei primi anni di università: polpette arabe all&#8217;aglio che compravo in una macelleria sotto casa; la macelleria c&#8217;è ancora, ma quelle polpette non le fanno più).</p>
<p style="text-align: justify;">Qui a Porta Palazzo le macellerie arabe sono molto diverse da quelle di San Salvario. Non esteticamente: da questo punto di vista sono identiche. Ma qui la clientela è composta interamente da immigrati, per la maggior parte musulmani, e i due ragazzi dietro al banco, che si danno da fare con coltelli lunghi come daghe dell&#8217;antica Roma, parlano italiano a stento. Uno dei due si sa spiegare a gesti, l&#8217;altro invece non capisce una parola.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspetto il mio turno. Il cliente davanti a me non è nordafricano nè mediorientale. E&#8217; indiano, o più probabilmente bangladese (perché dico questo? Per semplice supposizione teorica, perché <em>immagino</em> che nel quartiere la comunità bangladese sia più presente di quella indiana. Potrei sbagliarmi di grosso, e questo non farebbe che confermare quanto dirò in seguito). Nemmeno lui parla italiano, e ovviamente non parla nemmeno arabo. A gesti, in qualche modo, si fa capire: vuole un chilo di fegato tagliato a cubetti.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel momento, osservando quella scena di sconcertante semplicità, capisco qualcosa che fino ad ora non avevo mai capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si cucina il fegato alla bangladese? Che odore ha? Che sapore? Perché un chilo (un chilo di fegato mi sembra molto)? O l&#8217;uomo ha una famiglia numerosa oppure ha ospiti a pranzo o a cena. Dove vive? Come è fatta la sua casa? Com&#8217;è il letto dove dorme con la moglie, e come è fatta la stanza dei bambini? Quali sono i piccoli particolari che accompagnano la sua vita giorno dopo giorno, le musiche, i rumori, gli odori, le sensazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevo che capisco una cosa che finora non avevo mai capito, ma in realtà le cose sono tre.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima cosa che capisco è quanto siano vaghi, sterili, inessenziali i discorsi dei politici e dei giornalisti (non tutti, ma la maggior parte) sull&#8217;immigrazione. Quanto i flussi migratori, le congiunture geopolitiche e le analisi sociologiche siano vuote di senso di fronte alla banalità di un chilo di fegato tagliato a cubetti. Quello che ho di fronte è un essere umano, ha le sue abitudini, i suoi piatti preferiti, ci sono cose che detesta fare. E io della sua vita non so niente, non riesco nemmeno a immaginare niente. Lo guardo comprare il fegato e lo analizzo secondo categorie concettuali lontane anni luce dalla vita, e per quanto mi sforzi non sono capace (non posso) di andare oltre: non lo conosco e non lo conoscerò mai, come lui non conosce nè conoscerà mai me.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda cosa che capisco è che l&#8217;appartenenza di quest&#8217;uomo a una cultura diversa dalla mia è solo un&#8217;aggravante, non il punto essenziale del problema. Un torinese, a rigor di logica, può essermi estraneo tanto quanto quest&#8217;uomo (che ipotizzo essere) bangladese. Penso ad esempio al tizio che vende &#8220;La Stampa&#8221; su corso Moncalieri la notte. Cosa vuol dire uscire di casa alle undici di sera, infilare una pettorina gialla, aspettare l&#8217;alba su una delle vie più trafficate del centro? Oppure penso al mio vicino di casa, che lavora nella lavanderia del più grande ospedale della città. Come funziona la lavanderia di un ospedale? E i cameriei dei grandi hotel, in livrea e con i guanti bianchi? E i ragazzini delle periferie? Cosa vuol dire avere quindici anni a Mirafiori Sud, nel panorama di crateri lunari lasciati dalla Fiat che di giorno in giorno scompare sempre più?</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine penso a Maigret, a Simenon, a Piperno. Ai libri che amo, a quelli che non amo, alle cose che cerco di scrivere. Mettiamo che in un libro, o in un racconto, l&#8217;autore ci voglia mettere un uomo bangladese o un venditore notturno di giornali. Che serve raccontare qualcosa sul bangladese se non si ha idea di come sua moglie cucini il fegato? E che senso mettere protagonista di una storia il venditore di giornali notturno, se non si riesce a immaginare le zuppe di cavolo che si cucina in inverno o le colazioni nei bar prima di smontare dal turno di lavoro? (E queste ovviamente sono mie invenzioni, con ogni probabilità sbagliate o addirittura ridicole; il che, come dicevo sopra, mi pare che confermi la validità di quanto sto scrivendo.)</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è senza dubbio il motivo per cui si può scrivere (e parlare) con buoni risultati solo di cose che si conoscono alla perfezione, cose che si conoscono tanto bene da non essere nemmeno più coscienti alla nostra attenzione e dunque spogliate di ogni significato ulteriore, nude. Ed è anche il motivo per cui tanto di ciò che leggo nei libri o sui giornali mi annoia irrimediabilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>[Nella fotografia: Porta Palazzo dopo il mercato. CC by <a href="http://www.flickr.com/photos/barduran/">met.e.o.r.a</a> on Flickr.com]</em></p>
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		<title>NUOVA GRAFICA</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 15:52:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluca didino</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-935 alignleft" title="georgia_font_sample" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/07/georgia_font_sample.png" alt="georgia_font_sample" width="257" height="145" />Ho dovuto cambiare la grafica del blog perché mi sono arrivate da più parti segnalazioni inquietanti di questo tipo: con certi browser o certe risoluzioni le immagini scomparivano, il testo finiva al di là dello schermo e via così (e anche perché, per essere sinceri, il vecchio tema era molto rigido e mi costringeva a fare una vita da cani ad ogni nuovo post, e come se non bastasse confliggeva non poco con lo spider di Google, il che può sembrare una cretinata ma non lo è per niente).</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo tema si chiama <a href="http://www.wp-them.es/extreme-georgia-wordpress-theme/">ExtremeGeorgia</a> ed è opera di <a href="http://www.mentariworks.com/">MentariWorks</a>. Io l'ho un po' modificato, ma poca roba. È un tema semplice, snello, molto limpido: credo che non ci dovranno più essere difficoltà di visualizzazione o di navigazione (in caso contrario siete pregati di farmelo sapere).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso delle settimane piccole cose cambieranno (tipo colori, font, spazi eccetera), ma niente di sostanziale. E comunque sia è stata cambiata soltanto la grafica, e neanche di molto, in realtà. Per il resto il sito è uguale identico a prima.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-935 alignleft" title="georgia_font_sample" src="http://www.boringmachines.org/wp-content/uploads/2010/07/georgia_font_sample.png" alt="georgia_font_sample" width="257" height="145" />Ho dovuto cambiare la grafica del blog perché mi sono arrivate da più parti segnalazioni inquietanti di questo tipo: con certi browser o certe risoluzioni le immagini scomparivano, il testo finiva al di là dello schermo e via così (e anche perché, per essere sinceri, il vecchio tema era molto rigido e mi costringeva a fare una vita da cani ad ogni nuovo post, e come se non bastasse confliggeva non poco con lo spider di Google, il che può sembrare una cretinata ma non lo è per niente).</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo tema si chiama <a href="http://www.wp-them.es/extreme-georgia-wordpress-theme/">ExtremeGeorgia</a> ed è opera di <a href="http://www.mentariworks.com/">MentariWorks</a>. Io l&#8217;ho un po&#8217; modificato, ma poca roba. È un tema semplice, snello, molto limpido: credo che non ci dovranno più essere difficoltà di visualizzazione o di navigazione (in caso contrario siete pregati di farmelo sapere).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso delle settimane piccole cose cambieranno (tipo colori, font, spazi eccetera), ma niente di sostanziale. E comunque sia è stata cambiata soltanto la grafica, e neanche di molto, in realtà. Per il resto il sito è uguale identico a prima.</p>
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