In uno splendido racconto lungo del 1930 intitolato Una rosa per Emily, William Faulkner definisce il tempo come “un prato immenso” immune dai geli dell’inverno, mettendo in guardia dai rischi che si corrono a confondere il tempo in quanto tale con la sua “progressione matematica”. Questa citazione, presa un po’ a caso dall’opera di un autore che, come tutti i suoi colleghi modernisti, era ossessionato dal concetto di tempo, ha un risvolto interessante: coloro che nel racconto si trovano soggetti a un tale disturbo cognitivo sono persone anziane, afflitte da una decadenza fisico-neurologica razionalmente spiegabile. Nel 1930 Faulkner era al culmine della sua carriera e il discorso sul carattere relativo del tempo aveva già toccato le sue massime vette (da Bergson a Proust, da Joyce a Virginia Woolf), ma si era giocato pur sempre all’interno del singolo soggetto e nel campo piuttosto ristretto di quella che era, all’epoca, a tutti gli effetti un’avanguardia. Faulkner non è vissuto abbastanza per vederlo, ma nel corso dei settant’anni successivi la sua teoria del tempo-prato sarebbe esplosa in una miriade di frammenti e sarebbe diventata patrimonio della vita quotidiana di ognuno di noi, fino a sfociare in quel grande inno al tempo destrutturato, allo zigzagare e al sovrapporsi delle epoche che è il Web 2.0: collegatevi a YouTube e troverete fianco a fianco l’ultimo singolo di Lady Gaga e un live degli Who del 1975, una session di tecno minimale registrata a Berlino lo scorso autunno e i notturni di Chopin interpretati da Maurizio Pollini, il tutto filtrato da un’interfaccia amichevole che non intende mettere a repentaglio quel bene supremo che è la vostra attenzione annoiandovi con aride informazioni cronologiche. Tutto succede nello stesso momento, da sempre e per sempre, senza scampo. Continua a leggere »
Walter Tevis, come sa bene chiunque abbia letto i suoi romanzi principali (L’uomo che cadde sulla Terra prima di tutto, che nella versione cinematografica di Nicolas Roeg ci ha regalato il culmine della fase aliena di David Bowie, ma anche Il colore dei soldi da cui Martin Scorsese ha tratto l’omonimo film) è un autore borderline da molti punti di vista: ha a pubblicato in tutto sei romanzi, di cui tre di ambientazione fantascientifica e tre realisti (tutti dedicati al mondo del gioco: due parlano di biliardo e uno di scacchi), è stato per diciassette anni schiavo dell’alcol ed è morto giovane e malamente, come si confà alle icone, dopo essersi disintossicato. Prima di diventare uno scrittore è stato un bambino ricoverato per dieci mesi in un ospedale di San Francisco, lasciato solo dai genitori che si erano trasferiti nel Kentucky, e nonostante il buon successo delle sue opere non ha mai smesso di definirsi “un bravo scrittore americano di secondo livello”. Come il suo concittadino d’adozione Philip Dick, Tevis è rimasto imprigionato per tutta la vita tra un genere che a metà degli anni Sessanta non andava molto di moda nell’establishment letterario americano (”L’unico scrittore non di fantascienza che mi abbia mai trattato con cortesia è stato Herbert Gold”, ebbe a dire una volta Dick) e la tradizione, riscoperta solo di recente, del realismo in tono minore che da Richard Yates e John Cheever porta a Raymond Carver (ma anche a splendidi concentrati di dolore allo stato puro come Via da Las Vegas, per capirci). Dico tutto questo per mettere dei paletti: perché raramente quando parla di fantascienza Walter Tevis lo fa sul serio - punto primo. E perché, nonostante il titolo, il punto centrale del romanzo che mi accingo a recensire non sono i viaggi nello spazio: il punto è, guarda caso, ancora una volta lo stesso. Ovvero: la crisi. Continua a leggere »
Il primo dei racconti zen raccolti da Nyogen Senzaki e Paul Reps, intitolato Una tazza di tè, narra questa storia: Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), riceve la visita di un professore universitario che desidera interrogarlo sullo Zen. Nan-in serve il tè. Colma la tazza del suo ospite e poi continua a versare. Il professore guarda traboccare il tè e a un certo punto sbotta: “E’ ricolma! Non ce ne entra più!”. “Come questa tazza”, dice Nan-in, “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso insegnarti lo Zen se non vuoti la tua tazza?”. Continua a leggere »
Parlare di crisi del romanzo americano va di moda da almeno trent’anni, all’incirca da quando la prima ondata dei cosiddetti minimalisti si è affacciata sul panorama culturale di quella che, allora, si stava preparando a diventare la superpotenza egemone del mondo intero: era il 1981, alla Casa Bianca sedeva Ronald Reagan e in effetti quell’accozzaglia di frammenti pop, quel realismo sporco di basso profilo, stonavano parecchio con gli appelli al riarmo e il divampare degli ultimi fuochi della guerra fredda. Oggi le cose sono cambiate, ma evidentemente certe attitudini sono dure a morire. Di tanto in tanto qualcuno lo dice esplicitamente, ma il più delle volte la retorica della crisi va ricercata in un sopracciglio alzato, nell’inflessione improvvisamente annoiata del vostro (vecchio o giovane poco importa) interlocutore radical chic: il romanzo americano, certo, Philip Roth, Foster Wallace è un genio, però. L’accusa esplicita è quella di etnocentrismo, quella implicita, di molto peggiore, di essere fuori tempo massimo. Ma probabilmente in non plus ultra dell’amore per la decadenza si trova qui: nel constatare che tutti i tuoi amici hanno cominciato Infinite Jest e che nessuno l’ha finito. Il messaggio tra le righe è che Infinite Jest vale la pena di essere letto perché in realtà è quasi illeggibile, uno dei tanti ribaltamenti di senso a cui ci ha abituati il postmoderno per sottrarsi a una situazione spinosa, possibilmente facendoci anche bella figura. Continua a leggere »
L’Archivio Caltari ospita la prima di una serie di mie monografie sul tema, a cui accennavo qui, dell’influenza della controcultura anni Sessanta sul nostro presente digitale. Si parte da uno splendido oggetto culturale inutilizzabile, il “Whole Earth Catalog” di Stewart Brand, ma si parla anche di fotografie della Terra vista dallo spazio, di collettivi proto-hippy, di cupole geodetiche, di fanzine di architettura radicale, della storia del primo mouse.
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Nel 2011, in Italia, può capitare anche questo: che vai a una festa qualsiasi di una persona che non conosci troppo bene e appena entri in casa ti vedi di fronte una lavagna con su scritto in gessetto azzurro: STAY HUNGRY STAY FOOLISH PARTY. Non è una veglia funebre per la morte di Steve Jobs e nemmeno un Apple-party o un ritrovo di geek impallinati con la fenomenologia di Cupertino. Non è niente di tutto ciò, solo una festa qualunque. Continua a leggere sull’Archivio Caltari »
Con quale criterio possono essere definiti gli estremi temporali di una generazione? Esiste una durata standard oppure si tratta di rintracciare un punto di rottura sull’asse della storia? Il discorso che cercherò di portare avanti in questo post potrebbe iniziare con queste domande, ma anche con altre. Per esempio: cosa significano davvero concetti come vintage, retrò, revival? Oppure: esiste una speranza che le manifestazioni di piazza degli ultimi anni (quelle, ci dicono, organizzate sui social network) raggiungano un giorno obiettivi concreti? O ancora: perché il giorno della morte di Steve Jobs un numero impressionante di persone ha postato sulla sua bacheca di Facebook le parole “Stay hungy, stay foolish”? Io per esempio so benissimo che vivrei meglio se usassi di meno (e meglio) Internet, e allora come mai sono in Rete tutto il giorno? Quando qualcuno comincia a seguirti su Tumblr, la popolare piattaforma di tumblelog, ti arriva una mail di notifica firmata in maniera divertente. Frasi come “Love”, oppure “Era ora!”. Tutto questo è davvero divertente o dovrebbe farci preoccupare? Potrei continuare all’infinito. Continua a leggere »
Il 3 giugno scorso è stata inaugurata alla Morgan Library di New York una mostra dal titolo eloquente di Lists: To-dos, Illustrated Inventories, Collected Thoughts, and Other Artists’ Enumerations. Oggetto dell’esposizione, ovviamente, liste d’autore di ogni tipo, dai liquori comprati da Franz Kline per l’ultimo dell’anno del 1960 ai consigli di Picasso su chi invitare all’Armory Show di Chiacago del 1913, dai motivi per cui Eero Saarinen si è innamorato di Alice Bernstein all’elenco degli oggetti da mettere in valigia disegnato da Adolf Konrad nel 1963 prima di partire per l’Europa. Ora, se potete capire per quale motivo si possano spendere dei soldi per andare a vedere una mostra del genere (una mostra in cui il concetto d’arte è, perlomeno, piuttosto allargato) allora siete sulla buona strada per apprezzare Le cose di Georges Perec, recentemente ristampato nelle Letture Einaudi. Di più: siete sulla buona strada per amare visceralmente la narrativa di Georges Perec e la sua spietata, opprimente, malinconica, struggente poetica degli oggetti. Continua a leggere »
Che Jonathan Lethem, il più nerd dei figli bruciati d’America, l’appassionato di Philip K. Dick e di supereroi, di culture suburbane e di new-wave, sia diventato uno dei migliori scrittori d’oltreoceano è, ad oggi, un dato di fatto: almeno su questo punto non ci sono dubbi. La sua bravura è barocca, tesa, cacofonica (ricordate Brookyn senza madre?). Il suo talento vive nell’accumulazione semantica e nella precisione lessicale, in una lingua che è capace di inanellare frasi di dodici righe con il ritmo di un mitragliatore, costruire mondi e distruggerli, aprire improvvisamente spazi ampi come il cielo e tracciare linee di fuga a velocità vertiginosa (ricordate Ragazza con paesaggio?). Jonathan Lethem, insomma, ormai è bravissimo. E Chronic City è un romanzo importante, potente, significativo e discretamente cedevole. Così cedevole, in effetti, da non funzionare affatto come dovrebbe. Ora vi spiego perché. Continua a leggere »
Cosa. Come dice il titolo: ho deciso di aprire un piccolo blog intitolato “A uno a uno”. In buona sostanza è una raccolta di frammenti di varia natura, segnalazioni, pensieri, tracce per racconti, immagini che mi colpiscono, paradossi, aforismi, cose che normalmente avrei appuntato sul diario o in qualche spazio della memoria e che sarebbero rapidamente evaporate. Ora sono online, tutto qui.
Perché. Per una serie di ragioni, la prima delle quali è la seguente: per non caricare su Boring Machines materiali approssimativi, riflessioni non strutturate, segnalazioni o altre forme di scrittura non argomentativa. Negli ultimi tempi questo spazio ha ospitato cose di cui mi sono pentito: post scritti e caricati senza quasi essere riletti e discorsi malamente abbozzati. Di questa cosa mi dispiaccio, perché l’idea che ha tenuto vivo BMDS per tutti questi anni è stata la seguente: poche cose ben fatte, alta qualità, attenzione per le forme e i contenuti, argomentazione. Un’altra ragione è la necessità di trovare un luogo di archiviazione caotica di tutte quelle schegge di pensiero che, non strutturandosi in un discorso, non avrebbero trovato spazio su questo blog. Una terza ragione ancora è che i tweet sono troppo corti, gli stati di Facebook troppo generalisti, il materiale offline troppo privato, le conversazioni telefoniche con gli amici troppo costose: tutto ciò che finirebbe in questi e altri canali ora finisce su A uno a uno.
Nome. Anche se sembra il titolo di un romanzo di Andrea De Carlo, in realtà “A uno a uno” è un verso di una poesia di Masaoka Shiki, autore giapponese dell’era Meiji. Il riferimento all’haiku in questione non sta solo a sottendere il minimalismo implicito anche nella dicitura “microblog”, ma vuole indicare un attenzione per gli oggetti presi singolarmente, estrapolati dal loro contesto (qualcosa che sta in mezzo tra la riflessione culturale e l’autoterapia, probabilmente).
Rapporti reciproci. Evidentemente i due blog vivranno in rapporto reciproco. Fatte le dovute proporzioni (davvero: fatele), l’idea è di strutturare qualcosa che assomigli al rapporto esistente tra L’Eugenio e L’Eugenio tascabilie: il secondo è il foglio di lavoro, il quaderno degli appunti i cui materiali riorganizzati danno vita agli articoli pubblicati sul primo. Se sarà possibile (ma è tutto da vedere) cercherò di ottenere una coerenza grafica tra blog e microblog in modo da sottolineare questa reciprocità.
Argomentazione. A costo di diventare noioso lo ripeto: ciò che separa i due blog è il confine dell’argomentazione: su BMDS si argomenta, su A uno a uno si sparano cartucce a salve in una notte nera. Spero che l’immagine renda l’idea.
Cosa cambia. Sostanzialmente questo: che BMDS verrà aggiornato di meno e la qualità dei post sarà, si spera, più elevata. A uno a uno invece verrà aggiornato con una compulsività che non sospettavate che possedessi.
Quando. A uno a uno è attivo dal 22 luglio 2011.
Dove. Su Tumblr, la principale piattaforma di tumblelog, al seguente indirizzo:
Attento Bonini. Verrà fuori prima o poi che qualche stragista del cazzo ascoltava Mozart e David Crosby ed era amante delle azalee. E io mi ricorderò di questo articolo.
Prima di scivolare nel cocktail un po’ comico di Bibbia e Black Metal, Compasso e Crociate, Odino e i Nibelughi, Tolkien e John Stuart Mill (non ci ha messo i videogiochi, ma a quello hanno pensato Corriere e Tg1) l’articolo di Carlo Bonini apparso sulla Repubblica di domenica era cominciato anche bene: “per raccontare la tenebra da cui è uscito Anders Behring Breivik [...] bisogna dimenticare la storia del Novecento e le sue categorie politiche”. In effetti una parte dell’orrore suscitato da questo massacro (e da massacri simili: Unabomber, Oklahoma City) deriva dalla duplice difficoltà di catalogarli da un lato come terrorismo riconducibile a una chiara matrice politica, dall’altro a singoli episodi di follia - e quindi dall’impossibilità di ricondurli a un paradigma di senso, per quanto atroce. Che il Black Metal non spieghi Breivik, così come non lo spiegano gli sparatutto, mi sembra un’evidenza. Ma il neonazismo, l’integralismo cattolico, il “cuore nero dell’Europa” ci arrivano forse più vicini? In parte forse sì, in parte anche queste spiegazioni sembrano non centrare completamente il bersaglio.
Credo che su quanto è successo in Norvegia venerdì scorso non ci sia niente da dire: basta la violenza che ha fatto il giro del mondo. E credo anche che sul perché di quello che è successo in Norvegia sia meglio sospendere il giudizio, pena, appunto, cadere in una forma perniciosa di riduzionismo culturale. Quello su cui forse si può tentare un commento è un punto solo apparentemente marginale: come può un uomo progettare per anni una strage di proporzioni simili, fabbricarsi in casa tonnellate di esplosivo, raggiungere un’isola con un mitra nella borsa e semplicemente sparare indisturbato? Gli Stati del blocco occidentale sono attrezzati per difendersi da qualunque forma di minaccia: attacchi di Paesi nemici, attacchi nucleari e batteriologici, terrorismo interno ed esterno, persino piogge di meteoriti. Com’è possibile allora una frattura così profonda nel sistema immunitario, una feritoia tanto larga da permettere a un Brevik qualunque di oltrepassare con tanta facilità la linea che separa la farneticazione individuale dalla violenza concreta operata su scala di massa?
Nella risposta a questa domanda credo che i paradigmi del Novecento di cui parla Bonini c’entrino qualcosa. Di nuovo l’articolo di Repubblica colpisce nel segno affermando che “non è storia di ieri [...] ma di almeno un decennio” ma fallisce, secondo me, nel suo tentativo di ascrivere gli attentati alla tradizione dell’estremismo nero nordeuropeo: e non tanto perché questi elementi siano marginali, ma piuttosto perché enfatizzando le similitudini rischiano di oscurare le differenze. La mia impressione di cittadino non più informato di altri, invece, è che Breivik e quelli come lui costituiscano uno specifico contemporaneo non studiato e non compreso fino in fondo - e per questo tanto più terribile e capace di vivere indisturbato colpendo all’improvviso. La premessa è, semplicemente, che le categorie nate dalla seconda guerra mondiale sono più logore e inservibili ogni giorno che passa, e che al contempo il mondo globalizzato del presente, come ogni mondo, ha i suoi nemici: questi nemici sono interni ed esterni, più o meno democratici o violenti, schierati l’uno contro l’altro da mille differenze, rappresentati da partiti politici o frammentati nel pulviscolo di coscienze individuali, eppure accomunati, tutti, da uno stesso malessere senza nome, da un odio che non ha la sua collocazione nemmeno nella tassonomia delle forme d’odio possibili.
D’altronde a me non pare casuale il fatto che, inizialmente, la bomba di Oslo sia stata scambiata per un attentato di matrice islamica (anche da analisti più seri del Giornale), e non solo a causa della psicosi a strascico che nell’ultimo decennio non ci ha mai abbandonati. In fondo il concetto è sempre lo stesso: qualcuno ci odia, qualcuno è pronto ad ucciderci, e noi non sappiamo (o facciamo finta o ci conviene pensare di non sapere) perché.
Non è, appunto, cosa di ieri, ma almeno di qualche decennio. E non è cosa di ieri la difficoltà di analisti più o meno competenti nel comprendere fenomeni assai diversi tra di loro come (restando in Italia) la Lega Nord o Beppe Grillo, la sinistra extraparlamentare o Casa Pound, accomunati da un condiviso senso di disagio per i meccanismi della democrazia parlamentare, il mercato finanziario ecc. (una lettura interessante a riguardo - interessante perché in netta controtendenza rispetto alla vulgata comune che accompagna questi argomenti - è lo splendido articolo su Paulus Lombardus pubblicato da Ivan Carozzi sul Post il 12 luglio scorso). Ovviamente si può obbiettare che le differenze superano le analogie, e che mettere Borghezio sul piano di Breivik è una forzatura - ed è un’obbiezione sensata, che però non serve ad eludere il punto principale: l’imbarazzo generalizzato da parte della politica e dei media a trovare per questo genere di manifestazioni una classificazione, anche terminologica, coerente e contemporanea, che non necessiti di rifarsi a modelli sempre più inattuali o a patenti assurdità, come, appunto, il Black Metal.
Molti punti dei programmi di sigle eversive, soprattutto ma non solo tra quelle che definiamo “di destra”, si rifanno certamente in maniera più o meno esplicita e consapevole ai primordi dei totalitarismi novecenteschi, ma rielaborandoli in una chiave totalmente inedita le cui esatte coordinate non sono ancora state tracciate e non sono forse chiare nemmeno a coloro che in queste sigle eversive operano. E il risultato di questa incomprensione, fatalmente, è che nei sempre più innumerevoli sottoscala dell’Europa democratica dormono nemici della democrazia di cui non sappiamo quasi niente e che siamo portati a fraintendere in maniere a volte clamorose. Con l’aggravante che democrazie tanto più compiute e progressiste producono mostri tanto più spietati, esattamente come è successo in Norvegia.
Allora, se tutto questo ha un senso, possiamo dire che sì, il gesto di Breivik, ben lungi dall’essere il raptus di un folle, è completamente, efferatamente politico. Ma per accettare questa versione dei fatti è meglio sgombrare il campo dalla Bibbia e da Odino, dalle svastiche e dai massoni, altrimenti si rischia di non capire con chi abbiamo a che fare né qual è il grado reale di pervasività e pericolosità della minaccia.