Televisivamente parlando Game of Thrones deve il suo successo a una miscela riuscita di violenza, sesso, mappe, intrighi e zombie, ma il motivo che la rende davvero interessante è lo scacchiere di interessi familiari contrapposti, il peso del genos sui destini individuali e collettivi: più che scoprire chi sarà alla fine a conquistare i Sette Regni intriga vedere se Tyron riuscirà a individuarsi nonostante il dispotico padre, o se l’ostinazione di Daenerys a vendicare un’offesa che esiste solo nel suo mondo (il padre, a quanto pare, era pazzo e pericoloso) sarà sufficiente a portarla con i suoi draghi al di qua del mare. Continua a leggere »
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I libri della vita di Jennifer Egan. Fonte: "My Ideal Bookshelf" (Little, Brown and Company, 2012)
Oggi “inutile” pubblica la versione integrale dell’intervista che ho fatto a Jennifer Egan un annetto fa a Roma, e che era stata pubblicata sul #50 della rivista. La trovate qui.
Eadweard Muybridge, Animal Locomotion, Plate 570. Source: University of Pensylvania
In un prossimo futuro, quando gli storici della letteratura dovranno indicare un personaggio che stia al romanzo americano contemporaneo come Achab o Hester Prynne stavano al romanzo americano di metà Ottocento (un personaggio non solo memorabile, quindi, ma anche capace di riassumere nel proprio destino uno di quegli scatti in avanti di cui è composta la storia letteraria), con ogni probabilità il nome più accreditato sarà quello di Levov lo Svedese, il protagonista di Pastorale americana di Philip Roth. Calando sullo sfondo dell’estremismo politico degli anni Sessanta la storia di un ex atleta bello e generoso devastato da una violenza inconcepibile – una figlia assassina, una terrorista che lo ricatta, una moglie che lo tradisce – Roth infatti non solo fa del suo personaggio un perfetto punto di convergenza tra storia individuale e storia collettiva, ma riesce anche a dare voce a un enigma più profondo. E Levov, con la sua infinita capacità di sopportazione che non è sufficiente a salvarlo dal più immeritato degli inferi, è in ogni espressione del suo essere quella domanda, una manifestazione di profonda, sincera, americanissima incomprensione di fronte alla catastrofe. Continua a leggere sul blog di “Nuovi Argomenti”»
Liv Tyler e Ben Affleck in una scena di "Armageddon" (1998)
Alcuni giorni fa mi è capitato di vedere in televisione Armageddon. Il film, per chi non lo sapesse, segue le vicende di un gruppo di operai petroliferi mandati nello spazio dalla NASA per deviare il percorso di un enorme asteroide in rotta di collisione con la Terra, è diretto da Michael Bay (quello di Pearl Harbour, The Island e dei tre Transformers) e nell’anno della sua uscita, il 1998, ha incassato 550 milioni di dollari, più di qualsiasi altra pellicola in tutto il mondo. Tra le ragioni di questo successo c’è sicuramente il cast, tra cui compaiono Bruce Willis, Ben Affleck, Billy Bob Thorton, Liv Tyler e Steve Buscemi. Un altra ragione che può spiegare gli stratosferici guadagni è la buona qualità degli effetti speciali, che risultano realistici ancora oggi a quindici anni di distanza. Continua a leggere su “inutile” »
Zachry e i kona: illustrazione di Michael Dialynas (The Wooden Crown)
È un peccato che ci siano voluti nientemeno che i fratelli Wachowski per salvare L’atlante delle nuvole dal dimenticatoio in cui era finito nel 2004, anno della sua prima pubblicazione. Non tanto perché il terzo lavoro di David Mitchell (quarantenne inglese semisconosciuto in Italia nonostante nel nostro paese ci abbia pure vissuto, in Sicilia) sia privo di difetti, ma perché a conti fatti i pregi bastano a compensarne le non poche esitazioni narrative e a perdonargli l’imperdonabile per eccellenza dell’industria culturale: un’idea molto ambiziosa realizzata solo in parte. L’atlante delle nuvole, il libro, è una di quelle opere che rientrano nella categoria ondivaga di ciò che può essere considerato “importante” al di là dei meriti estetici, quei prodotti più o meno belli che hanno la capacità di rimanere nel tempo, di riassumere un’epoca o di diffondere su larga scala un’idea già nota ma mai espressa in maniera così esplicita a strati così larghi di popolazione. Un punto d’arrivo o di svolta, la consapevolezza acquisita che un’idea è stata sfruttata fino in fondo. Il fatto che a portarlo sullo schermo siano stati proprio i Wachowski non è un caso dato che i due fratelli di Chicago hanno fiuto per questo genere di operazioni, se è vero che Matrix era rappresentativo dell’ingresso nel mondo cyber alla fine degli anni Novanta tanto quanto V per vendetta lo era della nascita, alla metà degli anni Zero, del nuovo movimentismo in stile Occupy Wall Street. Continua a leggere su “minima&moralia”»
Un'immagine della Costa Concordia. Fonte: Filippo Monteforte/Getty Images
È stato probabilmente il romanticismo a portare con maggiore potenza nella storia dell’arte il naufragio come metafora esistenziale (da Friedrich a Géricault, da Delacroix a Turner), ma si deve senza dubbio al postmoderno il merito di averne fatto anche il simbolo di una minaccia costante, di natura per lo più psicologica: niente può rappresentare i concetti contemporanei di crollo e catastrofe meglio di un grande artefatto umano che affonda nell’archetipo per eccellenza dell’inconscio, l’acqua. Patria di naufraghi da sempre, l’America è stato il continente che più di ogni altro ha veicolato nel recente passato il senso di insicurezza e precarietà che la metafora del naufragio suggerisce, dalla “disperanza” di un Alvaro Mutis («alta sui naufragi / dai belvedere delle torri», cantava Fabrizio De Andrè) al “disastro” dei racconti di Roberto Bolaño fino al naufragio del Titanic con il suo tripudio di cristalleria ridotta in mille pezzi, vetrate che esplodono, lampadari che collassano e il grande, scintillante sogno di una civiltà che si sgretola nel gelo dell’Oceano Atlantico. Continua a leggere »